In memoria di Gianni Celati

Gianni Celati è stato un intellettuale originale che ha fornito per tutta la vita nuove prospettive critiche e narrative nel panorama culturale italiano. Personalmente, Verso la foce o Narratori delle pianure  mi hanno aiutato a comprendere che la realtà circostante è una cura contro l’omologazione dell’immaginario mediato dalle tv e dall’industria culturale. Inoltre, i suoi saggi critici mi hanno insegnato che rileggere gli autori classici è un atto di costante rielaborazione scevra da pregiudizi e mode letterarie.

Celati ha portato alle estreme conseguenze intuizioni di Benjamin, Wittgenstein, Zavattini, liberandoci dagli editor, dalle idee calate dall’alto, dalla letteratura priva di passione, e dimostrando che saper guardare è sempre un’avventura, perché può voler dire mettersi da parte per ritrovare il mondo, occupandosi, attraverso l’uso del proprio corpo, dell’altrove, ovunque esso sia. 

Non meno importante è la sua lezione sull’assenza di radici, se l’intellettuale deve avere vicinanza e lontananza col mondo, con Celati è chiaro che l’intellettuale lotta con le origini fino a scoprirsi essere senza origini, in grado di creare nuove e inedite ramificazioni, che rispondono alla ricerca della verità ma soprattutto a un rapporto autentico con la vita. 

Da Celati ho imparato che si può raccontare il vuoto, l’assenza, l’inezia, senza mai ammiccare al lettore o all’editore. Narrare magari come atto sempre nuovo eppure antichissimo, sempre gravido, con la forza dell’oralità, delle voci narranti dei senza voce, ai margini, sempre in bilico tra moderno e pre-moderno.

Ecco, è questo coraggio di scrivere, questo fuggire dall’irrealtà attraverso una lingua che vivifica, che devo a Gianni Celati, è lui che ci ha insegnato a rincorrere il mito, riportando però il fantastico alla terrestrità. Con lui abbiamo capito che essere “umani” vuol dire fallire onestamente, con tutto il coraggio di essere fragili.

Sandro Abruzzese