Viaggio a Serravalle

Il paesaggio padano, quello della locomotiva economica del Belpaese, verso il limite estremo della pianura finisce per tradire quella sua aura protestante dovuta all’esasperato funzionalismo produttivo, per lasciare spazio ai resti, all’ibrido, alle deviazioni verso il particolare. E i particolari, dando luogo alle contro-condotte più esasperate, svelano i recessi e il recondito dei luoghi. Ecco perché da Francolino, da Copparo o Argenta, andare verso oriente significa varcare soglie invisibili che parlano dell’Italia tutta, non solo della parte più ricca e efficiente, di solito gremita di capannoni industriali. Qui la pianura, proprio perché molteplice, si mostra più fragile e sincera. 

La golena di Serravalle, per esempio, stretta com’è tra Santa Maria in Punta e Papozze, laddove il Po si ramifica in due tronconi, quello di Venezia e di Goro, è uno dei tratti più suggestivi del Parco del Delta. La golena è fitta di boschi e, anche qui, come a Borgo Santa Maura a Polesella, chiuso il ristorante che molti rimpiangono, a gestire i bungalow e il molo delle barche è un signore tedesco che vive sul fiume tutto l’anno. Lo cerchiamo ma stavolta siamo sfortunati.

Sul molo ci accompagnano Sergio e Elisabeth. Sergio fa cenno di guardare in alto, in cima a un palo che funge da padimetro svetta il livello spaventoso della piena del Po del 2000. 

Sergio, orafo e ceramista, uruguaiano trapiantato per amore di Elisabeth sulla riva destra del Po sedici anni fa, ci dice che i vecchi qui vivono in maniera essenziale, acquistando il poco che non sono in grado di produrre. Si accontentano di sopravvivere, a volte. Non rinunciano al lavoro. Per loro non è un problema. È vita, il lavoro. Anche la fatica, il sudore, è vita. Quello che ti restituisce qualcosa, però. C’è una cesura generazionale tra il mondo agricolo, artigianale e i ragazzi di oggi che, invece, sono simili a quelli di qualsiasi altro posto: hanno il profilo Instagram, il corpo tatuato, lo stesso taglio di capelli dei milanesi o dei romani, affollano le bacheche con i selfie e le foto delle sere passate in discoteca. È a loro che occorre rispondere, alle loro legittime aspirazioni. Così a volte viene meno la continuità, anche se il lavoro ci sarebbe, non sempre c’è chi vuole portarlo avanti, soprattutto nelle aziende agricole dei dintorni.

Ho raccontato altrove (CasaperCasa, Rubbettino 2018) la storia di Sergio, l’emigrazione dall’Uruguay all’Argentina, i difficili anni dell’Argentina, l’approdo a Bologna. Con Elisabeth, che a Serravalle è nata e cresciuta, hanno scelto di crescere qui i propri figli. Sergio ha rinunciato a fare l’orafo, la filiera della ceramica moralmente gli restituisce sonni più tranquilli, dice, e ricorda la frase di Gandhi che ama: “Dobbiamo essere noi il cambiamento”. 

Inoltre, a Serravalle ha imparato, dal padre di Elisabeth, agricoltore, a fare un po’ di tutto, e a sua volta lui ha portato i suoi valori ecologisti nella campagna ferrarese. Da qui, per ridare fiato alla terra, il progetto di un bosco di bambù, una pianta che risana l’ambiente. 

Andiamo in piazza. Marco fotografa il campanile, in cima alla guglia c’è una palla che sta per cadere, indica. Io invece mi soffermo sull’edificio in cemento armato, una sorta di architettura da socialismo ferrarese piena di pilastri. 

Riprendiamo a girare, con lo sguardo cerco uno scivolo, un parco, qualcosa di costruito e pensato per ragazzi e bambini, niente. O meglio, ci sono i bar, ne ho contati almeno cinque, i tabacchi, bed and breakfast, insomma c’è tutto ciò che si trova o che manca nei paesi di oggi. 

Ma forse più che dall’interno, è da fuori che si può dire qualcosa di più su Serravalle. Dall’esterno si nota che l’area artigianale e industriale, del cui tessuto fanno parte aziende importanti anche a livello internazionale, si sposa quasi senza soluzione di continuità con i campi coltivati. Da fuori si notano poi i ponti sui canali, ne attraversiamo uno in ristrutturazione da tempo e ad accesso limitato. 

Serravalle dunque si fa più lontana anche per via di una viabilità non sempre adeguata. A risentirne è il suo comparto industriale, sono i cittadini che percorrono strade non sempre sicure. In fondo, Serravalle mostra questo suo doppio volto: l’incontro tra una civiltà agricola e artigiana, autosufficiente; e l’industria, anche a carattere internazionale, per cui occorrerebbe competere, avere istituzioni e politiche adeguate alle continue sfide del mercato. Il paesaggio rurale poi, qui, come dappertutto, non deve ingannare: all’inquinamento dell’aria, delle acque, dei terreni, ai danni subiti dalla pianura più industrializzata d’Europa, non si sfugge. Il paradosso venuto a crearsi è che i paesi della pianura patiscono gli stessi problemi di inquinamento delle aree urbane, senza averne in cambio i servizi. 

C’è il tempo per parlare della Pro Loco, che è vivace, attiva, per una visita alla diroccata Villa Giglioli, un luogo evocativo della storia agraria padana, dove conosciamo un conte senza più contea, che subito ci corregge: “In Italia i titoli sono stati aboliti”. 

Di nuovo in cammino, ripensiamo alla giornata trascorsa: se da una parte in provincia ci sarebbe la possibilità di applicare una nuova cultura ecologista, di essere e fare altro, più liberi e autonomi, più giusti e solidali, dall’altra questo trovarsi nell’interdipendenza eterodiretta dai centri di potere la rendono inerme ingranaggio di una macchina burocratica lontana e indifferente. Anche così la provincia finisce per sognare gli stessi sogni di grandezza delle città e delle tv, dunque è nell’immaginario che si smarrisce. I paesi, senza servizi, senza lavori che rispondano alle aspirazioni giovanili, diventano località smunte. Se i giovani se ne vanno, nessuno può cambiare più nulla. All’orizzonte, nessuna emancipazione. In questo modo, la provincia italiana finisce per diventare retroguardia e Vandea, ovvero il bacino della reazione, in cui ci si aggrappa alla xenofobia, ai discorsi identitari o territoriali, se ne strumentalizzano i disagi fino ad arrivare – è il caso dei fatti della vicina Goro del 2016 – a respingere con le barricate e i sit-in un gruppo di profughi destinati all’ostello del paese.

Il fatto è che vedere che cos’è diventata la provincia oggi è molto più facile che comprenderne le cause e i vari livelli di responsabilità. Forse la domanda vera è: chi e cosa produce la provincia com’è oggi?