Il mestiere di vivere di Pasquale Stiso

 

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Nella poesia Avrò un domani, Pasquale Stiso scrive Mio padre segue il lento carro / rotolante nel brecciame. / Vado verso una nuova vita / verso il sapere. / Una voce insiste nel cuore di mio padre / “io avrò un domani / un domani”.
Ebbene, Stiso riuscì effettivamente ad andare verso il sapere, divenne avvocato e poi sindaco del suo paese, Andretta. Ebbe inoltre, grazie allo studio, il suo domani, e tuttavia questo non volle mai dire dimenticare i problemi della sua gente. Non accade all’intellettuale Stiso quello che Gramsci nei Quaderni aveva rimproverato a Croce, ovvero di allontanare gli intellettuali di campagna dalle questioni dei loro borghi per urbanizzarli, proiettandoli lontano dalle loro origini.
Stiso, invece, utilizza il sapere della città, insieme alla militanza nel partito comunista, per vedere ancor più nitidamente, attraverso gli occhi del paese e della campagna, il mondo intero, e con esso la sua stessa terra.
Se non poteva essere che un mondo poverissimo, quello gramo e ventoso della pur bella terra dell’osso, in cui essere povero / è qualcosa di più / è un freddo / che ti agghiaccia le ossa /, tuttavia il dolore e il lamento di quella povertà conservano sentimenti che nell’Italia di oggi sembrano del tutto smarriti: quando si è poveri / la dignità / si gonfia in chiuso orgoglio.
Già, erano dignitosi e orgogliosi i contadini dell’Alta Irpinia, e dopo aver occupato le terre, dopo aver lottato con coraggio, nella sconfitta e nell’assenza dello Stato seppero riannodare i propri fili, partendo per andare altrove, alla ricerca di nuovi posti da costruire, fatti degli stessi laboriosi sacrifici, della medesima pazienza e rassegnazione.
Forse non li dimentica questi poveri, Stiso, proprio perché come egli stesso dice, è restato ragazzo / anche se i fili bianchi / compaiono alle tempie / e l’ombra della morte / s’insinua sottile / nel mio cuore. E i ragazzi ricordano sempre i luoghi dove sono cresciuti, ne portano dentro le vie con i volti, le fontane e i tratturi, per non dire delle violenze e degli amori.
Stiso non dimentica i migranti e scrive di loro, dei morti di Mattmark, nel ’65, dopo quelli di Marcinelle. Scrive col consueto umanissimo sguardo: maledetta è soprattutto quella politica che costringe i nostri uomini, le nostre forze migliori a mendicare un po’ di lavoro all’estero in condizioni di esistenza paragonabili a quelle degli schiavi.
Oppure, tre decenni dopo il sisma del 1930, in merito alle condizioni di Aquilonia: Lo stato che ben potrebbe e dovrebbe intervenire nel campo dell’edilizia, dell’istruzione, della sanità, continua a restare assente e la sensazione che se ne riporta è che quella terra sembra distaccata dal mondo che progredisce.
Ebbene, le sue parole di protesta non sono mai scioviniste o stupidamente identitarie, ma figlie di una pietas universale, pervase da un profondo senso comune dell’umano. Il suo cordoglio non è retorico o opportunistico. La sua visione politica dei rapporti sociali è sempre universalistica, mai angusta né locale.
Quanta distanza, verrebbe da dire, rispetto all’attuale incapacità italiana di immaginare un destino comune, che ha ridotto la stessa Penisola alla gretta somma di tante spinte disgregatrici, dai vecchi e tristi leghisti fino ai loro epigoni neo-borbonici. Penso che leggere Stiso oggi dia la misura del tracollo culturale e politico italiano avviatosi proprio con la stagione, piena di errori e contraddizioni, del ’68. Un vero e proprio principio di cedimento da cui si dipana lentamente la strada che da Craxi porta al berlusconismo e parallelamente allo smarrimento della sinistra italiana.
C’è poi nel mondo rurale di Stiso, contro la lunga tradizione culturale vandeana che ha considerato la civiltà contadina solo come paradigma di arretratezza, la convinzione che si poteva partire dall’infinitamente piccolo dei borghi, si poteva conservarne i valori positivi come punto di partenza per la conquista dell’emancipazione.
Non è necessario, sembra dire Stiso, rinunciare a quell’universo di valori, a quel rapporto spaziale e sociale, a quella vicinanza comunitaria, anzi il singolo può e deve realizzarsi compiutamente nella propria comunità, ma bisogna renderla libera da rapporti di dominio, nonché dignitosa e giusta; perché se è vero che la vita stessa è permanenza, permanere vincendo il tempo consente all’uomo di scacciare, attraverso il progresso, l’atavica angoscia.
Ho ritrovato la pietas contadina di Pasquale Stiso nella musica di Gian Maria Testa, nei versi del Tasso o in alcune pagine del Manzoni, in quelli ancor più noti di Scotellaro, Pierro e Pavese. L’elenco sarebbe infinito e credo che i problemi odierni nel campo ecologico, politico, culturale e umanitario, dimostrino quanto l’omeostasi di quel mondo meritasse maggiore attenzione e rispetto.
Beninteso, a questa consapevolezza, la parte maggioritaria della cultura e della politica europea ha corrisposto una continua prova di estraneità e ingratitudine. Di lì a qualche decennio, infatti, quella civiltà sarebbe finita del tutto, partita per andare ad affollare sobborghi cittadini, creando un mondo di periferie e nuove subalternità, privo di memoria e senso, di cui la globalizzazione ha messo in evidenza la portata e che la storia non smette di ripetere.
Nessuno, dunque, ha voluto o saputo pensare al miglioramento di quelle condizioni, di quei rapporti particolari. Restano inascoltate non solo le note posizioni di Carlo Levi e Simone Weil, di Pasolini e De Martino, ma anche quelle più semplici e nascoste della maestra di paese tanto cara al poeta di Andretta: l’antica maestra, il suo corpo anziano è così curvo e stanco, sono però gli occhi ancora pieni di ardore e di coraggio e rammentano quando fiorente di bellezza / e altera / c’insegnavi / nessun uomo è servo all’altro uomo.

Pasquale Stiso vede la sua terra morire a poco a poco, la gente emigrare, le porte e le finestre chiuse, i vicoli dell’infanzia vuoti e silenziosi, rivedere nel tempo il suo piccolo altipiano ventoso gli fa dire che anche la gente / della mia terra / conserva l’antico volto / segnato d’amarezza. / È ancora senza speranza / la mia gente / d’Alta Irpinia (…) la mia terra / muore / oggi definitivamente / l’ho compreso.
La sua poesia è dunque costantemente attraversata dal pensiero della scomparsa dei luoghi e delle persone. Il paese vi ritorna incessantemente. L’ombra della morte poi è un’intima presenza, compagna che si insinua nel cuore: Non tornerò più nella mia casa, dirà a un certo punto, oppure Non ho abbandonato ancora la speranza / è un tenue filo che ancora mi sorregge / e mi dona un palpito di luce / agli occhi doloranti. E infine Io t’ho lasciato mio amato paese / il segno d’un amaro destino / è tradito nel fondo del mio cuore. (…) perché la vita sia bella / a volte / è necessario morire.
Al cospetto di una figura come quella di Stiso, del suo impegno politico e civile, pure vien fatto di pensare alla sua fine che rimanda la mente a vicende simili come quelle di Pavese, Primo Levi o Alexander Langer. Da Primo Levi abbiamo appreso quanto sia pericoloso tentare, in solitudine, di arginare o spiegare il male. Farlo può costituire una fatica insormontabile.
È più facile restare soli, quando si vuole essere per tutti, ha scritto Adriano Sofri, pensando a Langer. Credo bastino queste parole per riflettere su quanto una personalità aperta sul mondo e forse priva di una certa, a volte necessaria, dose di egoismo, possa assumere su se stesso il peso di mille preoccupazioni, battaglie personali, intime, oppure collettive e pubbliche.
Ritengo che su questo punto ogni tentativo di spiegazione sia superflua, perché nulla aggiungerebbe al profilo di Stiso, tanto ben delineato dal lavoro pluridecennale di Paolo Speranza, che ha affrontato anche questo aspetto col consueto garbo che lo contraddistingue.
Se però occorressero dei versi, in un bellissimo scritto indirizzato a San Cristoforo, Alex Langer recitava: Tu eri uno che sentiva dentro di sé tanta forza e tanta voglia di fare (…) Avevi deciso di voler servire solo un padrone che valesse la pena seguire, una Grande Causa che davvero valesse più delle altre (…) penso che oggi in molti siamo in una situazione simile alla tua, e che la traversata richieda forze impari.
Non mi chiederò oltre, allora, del peso, delle forze impari che hanno piegato Pasquale Stiso, mi basta capire quanto fosse dalla parte giusta e quanto, fino all’ultimo, abbia rappresentato un’occasione di riscatto per la parte più povera e sola dell’Irpinia.
E allora leggere Stiso, oggi, significa imparare che siamo stati poverissimi ma anche dignitosi e onesti, che siamo stati gli ultimi, i dannati della terra, e nonostante questo abbiamo saputo edificare intere città e fornito le nostre vite, il nostro corpo, ai sogni di dominio e sviluppo che non erano nostri, anche se poi lo sono diventati.
E significa rammentare il volto antico delle nostre donne, così come le descrive il poeta: Le donne del mio paese / voi non le conoscete / a trent’anni sono già vecchie / e il loro volto è duro / come la terra che lavorano / non c’è sorriso / sulla bocca amara / delle donne del mio paese / di domenica / quando vanno in chiesa / non vanno per incontrarsi con Dio / ma per godere di un’ora di riposo (…).
Non credevo potessimo mai dimenticarli quei volti, eppure è proprio quello che, intorno a noi, accade di continuo. Sono gli stessi volti disprezzati e dileggiati negli anni ’90 dai soldati olandesi dell’Onu in Bosnia, per esempio, le cui scritte eloquenti contro le contadine slave restano sui muri del comando di Potocari, a Srebrenica. Sono i volti di dolore degli eritrei in fuga, dei guatemaltechi e degli ispanici al cospetto dei muri di Trump o di Visegrad; sono i volti dei siriani, dei contadini cinesi o turchi.
Quanto sarebbe lungo l’elenco?
Ora che tutto il globo è scosso da incessanti e disperate migrazioni, che la perpetua diaspora interna meridionale non si è mai arrestata, e il pianeta stesso non è mai stato così ricco e disuguale, così potente e disarmato, così grande e terribile nell’annichilire l’umano per ridurlo a ingranaggio di una macchina finanziario-capitalistica onnipotente e sovranazionale, non possiamo dimenticare i volti di Stiso, perché sono ancora e sempre i nostri. E perché sulla Terra, lui ci insegna, una patria che sia veramente tale, la si costruisce nel rispetto del genere umano.
Di conseguenza, non è vero che Ora possiamo anche morire / perché abbiamo imparato a vivere / dopo secoli d’ignominia.
Questa volta dovremo contraddire il poeta di Andretta per ribadire, magari con Fortini, che l’ignominia non è mai cessata e, dopo la prematura dipartita di Stiso, anche il suo universo morale è andato quasi del tutto disperso.
Tutto rimane, in Italia, soprattutto sotto il profilo morale e civile, quasi interamente da rifare. E non vi è altro modo per farlo che lottare, attraverso la memoria collettiva e lo studio, contro l’apoliticismo; essere per il lavoro e la salvaguardia della dignità umana, alla ricerca di un rinnovato rapporto con la natura e le altre forme di vita.
All’odierno disprezzo per gli ultimi, per i poveri e gli umili, alla totale assenza di una seria riflessione politica sul tema del lavoro, nonché al razzismo manifesto, privo di vergogna, dei governi xenofobi europei e transoceanici, fanno eco i versi solidali, umanitari e pacifisti di Pasquale Stiso. Di questo ragazzo di un piccolo paese irpino, che col suo perenne dolore nel cuore inneggia fino alla fine alla giustizia e alla fratellanza scrivendo (…) A me piace che ogni bellezza / ci inondi l’animo / e che ognuno s’attristi / se un bimbo piange per fame.
E che nel suo testamento politico, Confessione, scrive che il lavoro, è la sola cosa di cui gli uomini / possano andar fieri (…) la sola cosa pulita della vita / sia se compiuto da uomini liberi / che da schiavi, perché chi lavora onestamente non sfrutta nessun altro e così facendo sottrae al mondo la propria porzione di male.
E invece la disonestà e la sete di potere portano alla guerra: imparai a maledirla (…), – scrive – quando ragazzo / vidi le ferite / bluastre / al braccio spezzato / di mio padre. (…) E imparai a maledirla / la guerra / quando vidi partire / i miei giovani amici. (…) E non solo per questo / imparai a maledirla / né per il gran numero di morti / ma per il tesoro / distrutto / di civiltà / e di gentilezza / accumulato dall’uomo / nella sua lotta / di millenni (…).
Il mio desiderio è che gli uomini vivano di giustizia / (…) nella comprensione dei diritti e dei doveri / nello sforzo quotidiano / di strappare al suolo / ogni più nascosta ricchezza.
Pasquale Stiso, grazie a Paolo Speranza, è un poeta ritrovato. La sua figura, per via di questa capacità di ricondurre il particolare all’universale e il paese all’intero universo, si colloca nell’alveo di un umanitarismo cosmopolitico che gli consente di percepirsi quale (…) fervido atomo vivo / nella luce / dell’immenso cielo, abitante di un unico cosmo e di un solo sogno, in cui l’umanità sia parte del medesimo destino di giustizia e libertà.
Rileggere Stiso, quindi, vuol dire comprendere d’un colpo non solo quanto le lancette della storia siano state riportate indietro dalla colta barbarie del nostro tempo, ma anche quale sia la strada da riprendere e con quale abnegazione affrontarla, perché oggi è sempre più chiaro che se c’è un futuro, questo avrà di certo un cuore antico e simile, molto simile a quello della civiltà perduta di Stiso.

Ferrara, gennaio 2019                                                                            Sandro Abruzzese

* Questa è la postfazione presente nel volume di saggi dello studioso Paolo Speranza sul poeta di Andretta Pasquale Stiso, la raccolta si intitolata Il poeta ritrovato (Mephite edizioni 2019).

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