La strada di Alexander Langer

langer foto

Sai che la tua terra / ti può far morire / non per nostalgia / (questi tempi ormai son passati) / ma per l’esperienza / che nessuno ti ama (…)

(…) crivellatemi / la faccia senza bendarmi / gli occhi / le mani dietro le spalle / tritolo sotto i testicoli / come si / conviene / al tirolo / prima però / per piacere / con passo fermo e deciso / vi darò un calcio / da far traballare tutte le vostre aquile

scriveva Norbert Kaser alla fine degli anni ’60.

Non so se i versi di Kaser siano quelli di chi, come pure ha ricordato Claudio Magris, ha “volutamente incarnato” l’impasse e la conseguente ribellione dell’intellettuale contro la gabbia della piccola patria sudtirolese. Quello che so è che potremmo ricominciare proprio dall’agosto del ’78, al cimitero di Brunico, quando un gruppo eterogeneo di militanti politici, ex studenti, sindacalisti, si ritrovò intorno alla bara del giovane Norbert Kaser e quella giornata amara, avvolta da un silenzio impotente, fece sì che un suo amico annotasse: è più facile piangere un amico comune che intraprendere una strada comune per il futuro.

Se è la piccola, angusta patria sudtirolese, a sfinire Kaser; se questa heimat multietnica, come tutti i luoghi di frontiera, risulta angosciata dai confini, dall’identità, finendo per produrre una classe politica e culturale altrettanto ambigua, conservatrice e gretta; è questo stesso ambiente a generare l’antidoto: il suo nome è Alexander Langer.

Nove anni dopo Brunico, Langer si chiedeva pubblicamente se il Pci avrebbe mai avuto il coraggio di aprirsi alla società civile, ai movimenti, di essere meno partito ed usare il suo riconosciuto e “prezioso bagaglio ideale e politico” per mettersi insieme all’ala ecologista del Paese.

“Voglio quel posto a Botteghe Oscure”, tempo dopo avrebbe titolato una lettera aperta del politico sudtirolese pubblicata su Cuore. Siamo nel ’94. Cosa sarebbe stato della storia d’Italia se invece dei Rutelli, dei Prodi, per affrontare la discesa in campo di Berlusconi, la sinistra italiana avesse accettato la sfida rappresentata da Alexander Langer?

C’era ormai da tempo in Langer la consapevolezza che democrazia vuol dire “piccolo e radicato nella quotidiana realtà dei piccoli”, difesa delle voci marginali e ascolto dei “disertori” che esistono tra le file dei conquistatori. C’erano l’antidogmatismo, lo sprezzo per i settarismi, nonché la diffidenza nei confronti delle grandi organizzazioni partitiche e dello stato centralizzato. E la diffidenza derivava direttamente dal suo essere sudtirolese di Sterzing, figlio di un medico ebreo non praticante e di una farmacista laica. Sarà appunto questo scetticismo per le grandi aggregazioni, per esempio, l’unico vero elemento di distanza dalle posizioni dell’amato e seguito Lorenzo Milani.

L’unica via percorribile per il Sudtirolo, avrebbe detto Langer, per poi ripeterlo in ex Jugoslavia, in Albania o dovunque riconoscesse muri e divisioni di carattere culturale o etnico, è “insieme o niente”. La convinzione che la democrazia prima di tutto fosse comunanza umana, la dolorosa storia di frontiera della sua piccola patria, il mondo visto da Sterzing o da Bolzano, lo avevano reso un costruttore di ponti. Aveva quindi propugnato la necessità di una nuova e allo stesso tempo antica cultura fatta di radicamento, di convinzioni etiche e religiose, senza cui la politica nulla avrebbe potuto. La sua storia personale lo aveva portato a sognare un mondo privo di “conquistati” e a credere nella forza livellatrice, radicale ed equanime dell’ecologia.

Infatti, il suo ecologismo è volano di uguaglianza, nuova organizzazione sociale che riconosca i limiti e i danni dell’accrescimento continuo. È un’ottica che, diametralmente opposta al cieco urbanocentrismo imperante, ravviserà nella presunta arretratezza regionale aspetti positivi quali la solidarietà del vicinato, la biodiversità dovuta alla policoltura, fievoli differenze economiche e sociali.

Dunque, portando alla mente Simone Weil, Langer comprende che la tracotanza del mondo globale, – armato dalla dittatura dell’economia sulla politica e dell’interesse privato su quello pubblico, – disintegra gli spazi di libertà e partecipazione, generando sradicamento. Conseguenza ne è un costante bisogno di identità, di radici, di continuità generazionale, poiché il primo passo verso un mondo integralista e disperato, è l’assenza di radicamento nei luoghi e nelle comunità. In questo senso egli avvierà un costante lavoro di attenuamento dei confini, proporrà patrie fatte di luoghi e suoni, basate su valori positivi, non esclusivi, nella convinzione che le uniche radici valide siano quelle prive di barriere verso gli altri.

Il mondo a cui aspira Alexander Langer è quello dell'”indefinitezza delle cose”, un’indefinitezza volta alla compartecipazione, fatta di autolimitazione necessaria alla condivisione, fatta di valori come la gratuità che restituisce dignità umana. Si tratta di una poderosa virata verso il futuro, in cui l’imposizione di limiti e confini è soprattutto rivolta alla civiltà industriale e urbana, alla tecnologia, ai grandi e piccoli totalitarismi che esse portano con sé.

La sfida aperta dal politico sudtirolese era volta a creare spaziotempo per accudire e coltivare, nonché maggiore capacità di azione e determinazione della propria esistenza. È la sfida del saper essere piccoli, di non cedere ai cattivi giornalismi, alle elusive e complici agende degli show mass mediatici. Langer, finché ha potuto, l’ha sostenuta.

Certo, ora magari dovrei chiedermi della sua fine a Pian de’ Giullari, poco prima di aver compiuto i cinquant’anni; “è più facile restare soli, quando si vuole essere per tutti”, ha scritto a riguardo Adriano Sofri. Credo bastino queste parole. Se non fosse così, in un indimenticabile scritto indirizzato a San Cristoforo Alex diceva: “Tu eri uno che sentiva dentro di sé tanta forza e tanta voglia di fare (…) Avevi deciso di voler servire solo un padrone che valesse la pena seguire, una Grande Causa che davvero valesse più delle altre (…) penso che oggi in molti siamo in una situazione simile alla tua, e che la traversata richieda forze impari”. In questo modo si chiedeva dove prendere le forze per “fare” ancora.

Non mi chiederò oltre, allora, del peso che ha schiacciato Alexander, ma credo che, ormai venticinque anni fa, Langer sia stato la più grande occasione persa della politica italiana.

 

Sandro Abruzzese

*articolo apparso precedentemente su Poetarum silva

 

Per saperne di più:

Fondazione Langer

Alexander Langer, Il viaggiatore leggero, Sellerio editore.

Norbert C. Kaser, Rancore mi cresce nel ventre, ab edizioni.

 

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