L’Italia nazionale-popolare di Gramsci

Nella foto Antonio Gramsci. Fonte Fondazione Feltrinelli

Dal fallimento politico rinascimentale ai cesarismi

Nel volume dei Quaderni denominato Risorgimento, in continuità col De Sanctis, Gramsci chiarisce che il Rinascimento “disfece l’Italia e la condusse serva dello straniero”. Al suo interno vi erano spinte progressive e regressive, ma queste ultime ebbero la meglio, mentre le prime proseguirono nell’Europa degli stati nazionali.

Bisognerà attendere il corso del ‘700, l’indebolimento papale, la rivoluzione francese, per riallacciare l’Italia alla storia d’Europa. È una soluzione nobile, coraggiosa, basata sui valori di indipendenza e unità, tuttavia spesso mossa da eccessiva astrattezza e comunque basata sul volontarismo più che sulla mobilitazione nazionale-popolare. Infatti, per Gramsci l’assenza del coinvolgimento delle masse rende il volontarismo uno strumento pericoloso, dagli sbocchi incerti. Il volontarismo è un “surrogato dell’intervento popolare”, (…) ma per costruire storia duratura non bastano i migliori, occorrono le più vaste e numerose energie nazionali-popolari”.

Ciò che il sardo auspica per l’Italia è il passaggio a un cosmopolitismo di stampo moderno, dove la nazione non serva ad appropriarsi dei frutti del lavoro altrui, a dominare gli altri, bensì a “esistere e svilupparsi”. Quello che tuttavia accade dopo Cavour è che la borghesia capitalistica e i latifondisti trovano in Crispi e Giolitti degli esecutori: “il Nord concretamente era una piovra che si arricchiva alle spese del Sud”, dirà Gramsci in un celebre passaggio dei Quaderni, “e il suo incremento economico-industriale era in rapporto diretto con l’impoverimento dell’economia e dell’agricoltura meridionale”.

In Note su Machiavelli poi, si fa strada la convinzione che, grazie al partito politico, le masse di contadini hanno l’occasione di entrare nella storia, è attraverso questo “moderno principe”, propugnatore della riforma intellettuale e morale, che si potrà sviluppare una forma “superiore e totale di civiltà moderna”. Questo passa per un cambiamento dei rapporti economici all’interno della società, e allo stesso tempo occorrerà acquisire quello spirito di partito in grado di ridimensionare l’individualismo in politica, affinché l’eliminazione delle classi comporti la stessa scomparsa dei partiti.

Certo, ricorda Gramsci, “in realtà è più facile formare un esercito che formare dei capitani”, e i partiti possono svolgere funzione progressiva, attraverso meccanismi democratici, ma anche arroccarsi in funzione burocraticamente centralizzata, così come la burocrazia statale può cristallizzarsi in casta e fomentare corruzione e dissoluzione morale: a quel punto però “il suo nome di partito politico è una pura metafora mitologica”.

Dunque, per una riforma morale degli italiani, per una saldatura nazionale-popolare, bisognerà trovare la passione, perché “solo chi fortemente vuole identifica gli elementi necessari alla realizzazione della sua volontà”. E perché nei periodi di crisi organica dei partiti, cioè quando lo scollamento tra gruppi sociali e partiti si acuisce, questa crisi della classe dirigente apre il campo a soluzioni pericolose. Si tratta della comparsa del cesarismo: “una situazione in cui le forze in lotta si equilibrano in modo catastrofico”, dimodoché se la risposta è progressista, rivoluzionaria (Cesare, Napoleone I), abbiamo un passaggio evolutivo. Se, al contrario, il cesarismo è regressivo (Napoleone III, Bismarck), anche se “non esistono restaurazioni in toto”, ci troveremo davanti a una vera e propria restaurazione. È un passo importante, se si considera il periodo vissuto, le figure quali Lenin e Mussolini sullo sfondo, ed è un passo che risente, come ha notato Luciano Canfora in Su Gramsci, della entusiastica considerazione che Marx ha per la figura del condottiero romano.

Ad ogni modo, secondo il leader comunista è stato Machiavelli durante il Rinascimento a indicare la strada per sopravanzare lo stallo della penisola: un consenso attivo delle masse popolari alla monarchia assoluta avrebbe consentito all’Italia di non essere soggiogata dallo straniero, avrebbe messo fine all’anarchia feudale, al potere papale e alla sua funzione antieconomica, reazionaria, e fondato uno stato territoriale nazionale su base popolare.

Sandro Abruzzese

 

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