Quante volte si può dire casa

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Quante volte si può dire casa? Ecco, io il 21 maggio sono tornato a casa, nel luogo dove sono nati i miei figli. Dov’è nato il piccolo Stefano che ci ha fatto penare e perdeva il battito, ma quando ha visto la luce, senza mai piangere, la prima cosa che ha fatto è stata adagiare il capo reclinato sul petto della madre e stringermi la mano. Stefano è il nome delle radici: di contrada Ciavolone, una collina ritta in mezzo alla valle dell’Ufita, è il nome del bisnonno e dello zio Stefano. Ma poi sul Lago di Garda è arrivato pure Zeno, sicuro e veloce. E perché lo chiami Zeno? Proprio come il patrono di Verona, quel santo nero dell’Africa protettore dei pescatori d’acqua dolce. Proprio come i bambini di Calmasino, Lazise, Bardolino. Perché Zeno è il nome delle ali, di quando si impara ad amare quello che si è perso e ciò che si è trovato, di quando si prova a ricostruire, tessere pazientemente, e si è finalmente pronti a scavare a fondo per poter un giorno illudersi di riuscire a volare. Zeno è il nome delle ali e del continuo cambiamento, della vita vissuta al vento di una porta spalancata.
Quante volte si può dire casa? La mia patria è un filo d’erba. E a che serve ogni volta pensare a quanto sia costato edificarla? All’ombra di un filo d’erba restiamo sparsi, ognuno ad abitare solo, dentro il proprio corpo. Pasquale prova a superare il suo concorso e tante altre cose, in Friuli. Martino cerca casa a Nizza e cerca sempre qualcosa che non troverà da nessuna altra parte, perché non c’è più o non c’è mai stato.

Per vivere così, ci vuole un mare di memoria. Per cui non voglio correre troppo e nemmeno giocare. Mi voglio ricordare tutti i luoghi e i volti. A costo di rimanere fermo. Mi voglio ricordare del piccolo Rocco e della sua comunione che ho perso, come i suoi compleanni e quelli di Alessia. Aveva detto al prete, il piccolo Rocco, che lui l’ostia non la prende perché c’è il glutine, invece non gli piace e basta. Poi alla fine ce l’ha fatta e ogni cosa, pure l’ostia, se l’è conquistata a modo suo.  I volti e le persone, mi voglio ricordare, che non ho più visto. E la notte nera, con gli occhi chiusi, ripassare – tenere a mente – a bassa voce, con il dito che striscia sulle righe delle mani: bisbigliare la poesia per il giorno dopo, dicendola tutta un respiro, senza capirla.

Chissà! Ci provo. Tornare in tutti i luoghi, tornare e trattenere. Fermare il tempo soltanto intrecciando le dita con le mani giunte. E tenere per casa il corpo e la mente. Tenere tutto sulle pagine oppure tra le rughe e a mente, perché come diceva un vecchio poeta “tutti i luoghi che ho visto/che ho visitato/ ora so ne sono certo:/ non ci sono mai stato”
S.

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