Taccuino rodigino

 

A Rovigo ci vado per la presentazione del libro. Tento di dire dell’Italia incompiuta, del Mezzogiorno padano fatto pure dai meridionali che stanno al Nord; da questa strana gente: sradicati, studenti, fuggitivi, scontenti, insomma emigrati. Viene pure Giorgio, rinuncia alla finale di Sanremo e soprattutto a Napoli-Juventus per una serata insieme, porta in dono ciò che ha di più prezioso: il tempo. Grazie alla sua presenza non percepisco ansia né distanza, di colpo il mondo si alleggerisce: è l’illusione della compagnia, – stare con chi si condividerebbe volentieri il pane, – a sorreggere il peso del mondo stasera. Gli chiederò di leggere qualche brano, ancora non lo sa ma, alla fine, non si tirerà indietro. Poco fuori Ferrara, oltrepassiamo il Po che è già notte, ma prima la visione della centrale elettrica che si staglia deforme e luminosa e un po’ ti scopre sempre bambino nello stupore.

Quaranta chilometri volano. Giorgio si chiede come abbia fatto Edoardo Nesi a vincere il premio Strega, vuole per forza farmi leggere Canale Mussolini, dice che parla della sua terra, lui che è figlio di un immigrato veneto nell’agro pontino e di una campana.

Il locale di Maura, a Rovigo, prende l’angolo della strada in via Miani, ha due o tre belle vetrate da cui si vede ogni cosa. Ci accoglie la consueta gentilezza di Marco e quella di Erika. Al tavolo, poco dopo, si uniscono Clorinda e Pino, due insegnanti meridionali al Nord, in seguito accoglieremo Vincenzo, musicista mestrino che studia al conservatorio e scrive le partiture dei pezzi suonati sui tovaglioli. Clorinda è siciliana, però la mamma è originaria di Melfi e il padre di Taurasi. Pino viene da Cosenza ed è un grande conoscitore del Cosenza Calcio. Mi chiede se ho giocato a calcio, lui sì. Ricorda quando la Cavese vinse contro il Milan, controlla chi segnò sul telefonino. Ricorda quando il Cosenza fu sconfitto a Latina. Dice che l’arbitro era venduto. Tutti si lamentano di Rovigo per svariati motivi: perché non c’è niente, perché la gente, perché il clima, perché il lavoro, la ricchezza, la mentalità, perché la vita, perché la lega…la storia… la provincia…

I musicisti che suonano sono di Lugo e Adria, Quello di Lugo vive a Bologna, si complimenta, dice che è d’accordo con me e sono stato bravo, ma alla fine non comprerà il libro. Marco, invece, mentre dialoghiamo a un certo punto cita Cioran e Salgado, concludendo con Viaggio in Italia di Ceronetti. Giorgio legge tre brani. Due ragazze di Loreo applaudono, partecipano con interesse, promettono di leggere, salvo poi andare via senza acquistare il libro. Un’altra coppia sembra più preoccupata che il loro cane non pisci nel ristorante che altro.

Alla fine arriva la notizia del gol della Juve all’88esimo. Poco dopo il locale si riempie. L’amarezza per il risultato della partita si mescola con un senso di gratitudine indecifrabile. Non so dire se sono grato per l’ospitalità, per l’accoglienza, per la compagnia: è tutto questo e qualcos’altro che ha a che fare col semplice fatto di vivere alcuni momenti in un certo modo, è qualcosa a cui non so dare un nome. Alla fine, fuori dal locale incontriamo una coppia, sono altri due studenti del conservatorio. Roberto viene da Foggia e la sua fidanzata, Zoe, dalla Sardegna. Hanno già assistito alle presentazioni di Marco e letto Vincent Zandri, scrittore statunitense da lui prodotto. Quindi acquistano pure il mio libro. Prima di ripartire, in strada, un’auto di corsa quasi ci investe, sgomma e riparte senza badare a noi. Una volta in auto, riprendiamo il discorso su Nesi e il premio Strega.

 

Sandro Abruzzese

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