Caro Mario che non ci sei più

Mario Capozzi al G8 di Genova del 2001

Mario Capozzi al G8 di Genova del 2001

Ogni volta a fine novembre l’assillo dell’Immacolata. A chi scrivo Mario? Non prendiamoci in giro, non ci credo e basta. Sei finito insieme al tuo corpo steso a terra, al fianco di un rogo che da tempo non ha più nulla di sacro. Sei finito col corpo steso sulla stessa terra dove ho celebrato la mia prima comunione. Quella terra in un giorno di gioia e emozione mi ha dato un sacramento e anni dopo ha accolto col gelo tutto il tuo peso. E noi siamo solo corpo, Mario. Il resto, quella che ci ostiniamo a definire coscienza, non è altro che la nostra sporca memoria. “Il corpo di Cristo” disse Don Rocco, che pure era un uomo come te, con le ossa, i nervi, il sangue tuo e mio. Poi andammo al ristorante Kristal di Ariano a mangiare e bere e da allora a Cristo non ci ha pensato più nessuno. Pensiamo a noi, però. Continuamente e solo, come una malattia, a noi. Mi vedo bambino. Apro la bocca e accolgo il corpo di Cristo mentre siamo dentro a una bocca di mistero e affrontarla da soli è il più grande supplizio a cui ci sottoponiamo. “Sai chi è morto?” Chiese mio padre quasi con le lacrime agli occhi. E io non l’ho mai visto piangere, allora con timore sospirai “Mario”. Si voltò e evitammo qualsiasi imbarazzo.

Abbiamo bisogno più di verità che di follia. Abbiamo bisogno di discernere e invece viviamo in quell’amalgama che conosciamo tanto bene, in cui non si capisce mai chi siano i buoni e chi i cattivi. Questo ti direi se potessimo ancora occuparci di politica. La distanza tra ciò che è giusto e sbagliato non esiste. Ai criminali, ai vili, si dice “ti sia lieve la terra”, quando hanno ammorbato l’aria e quella stessa terra non si rivolta, non trema per dire vergogna. Trema, quando crede, su tutti, e così facciamo noi, indistintamente crediamo che per avere mani pulite occorra solo lavarle. Ma la memoria rimane sporca. L’acqua scorre tra le mani e non lambisce alcuna coscienza.

Forse prima o poi ci vorrà qualcuno che discerna e pronunci parole di verità. A quale terra serve quella cultura che sa parlare e occuparsi solo di sé? A quale terra serve una scuola che passa il tempo immersa nella burocrazia e tra lezioni private? Se chi ha studiato non tenta di salvare ciò che gli sta intorno, mi chiedo cosa abbia studiato e per chi? Questo mi chiedo mentre scrivo. E scrivo che dove sei morto tu ora ci sono le giostrine per i bambini e qualcuno di loro, di quei bambini, riproverà immensa gioia su quel luogo maledetto dove sei morto e dove anni prima dalle mani di don Rocco ebbi per la prima volta il corpo di Cristo.

Mi vergogno, Mario, di un paese pieno delle parcelle dei medici, delle fatture dei commercialisti, delle lezioni private degli insegnanti, dell’egoismo e dell’incuria. È piena di rinunce, la nostra terra. Mi vergogno del mio paese per come sei morto. Non siamo mai diventati adulti e solo i bambini possono dire “non sono stato io”. A un paese bambino gli si vuole ugualmente bene. Ma la tua morte è di un paese intero, e quindi è pure colpa mia, dei miei fratelli, di chiunque si volti dall’altra parte per non diventare adulto.

Tutto si mescola stamane, nella testa, proprio come la legna nel rogo della festa. Da anni l’Immacolata non lo è più. È solo un’altra data, quel lento crepitìo che scandisce, ora dopo ora, il solito conto alla rovescia. È solo un’altra nottata livida senza preghiere e misericordia, e per questo funesta. E il rogo arde nello stomaco e brucia. Brucia la tua morte perché sei tu – che eri pieno di vita – e sarebbe potuto accadere a chiunque altro. Sarebbe stato lo stesso. E non ho mai capito la differenza tra i miei figli e quelli degli altri. Non la vedo, Mario. Insieme al tuo corpo steso su quella terra fredda, è accaduto altro. La tua storia ha finito per nutrire il mondo delle mie recriminazioni. Non voglio una strada a tuo nome. Non lo so nemmeno io che cosa voglio. Forse che non ci si dimentichi di come sei morto, perché lì si nascondono colpe e vergogna, lì si nascondono le ragioni principali di tutti i nostri inaccettabili limiti.

 

S.

In memoria di Mario Capozzi.

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