Parole per una sola donna

Parole solo per una donna

Ho nella testa i cornetti da Beatrice, i gelati al bar Jonathan, i baci nei vicoli di Napoli, ne ricordo uno lunghissimo in via Cisterna dell’Olio, davanti al Velvet. Chissà se c’è ancora, il Velvet. Oppure i tuoi diciassette anni, quel libro in mano e il vestito bianco, i bambini col sale sulla pelle scura e la luce gialla, il cielo vasto del Cilento, col mare chiuso tra le punte di Licosa e Tresino.
Pensavo di conquistarti, da ragazzo, mostrandoti il mio finto coraggio. Ti dissi – appena conosciuta – che un giorno ci saremmo sposati, e già mi deridevi. Allora credevo fosse la bellezza, l’unico filo che attorciglia i corpi. Non capivo il filo della pazienza, quello della grazia. Tempo dopo, ti saresti innamorata forse più delle paure che delle mie certezze, finendo per svegliarti presto la mattina e accudire una ad una le nostre giornate, per poi crollare, stanca, con la testa arresa sulle mie ginocchia, come fai ora la sera.

L’altro giorno, mentre preparavi una torta, a un certo punto hai chiesto: “sei preoccupato?”. Ti ho detto di no. Osservavo il tuo modo di stare al mondo, la postura leggera che infonde grazia in ogni cosa che sfiora. Avrei dovuto dirti che hai attorcigliato il filo della tua grazia alla vita dei nostri corpi, che li hai stretti e tenuti allacciati nell’esistenza, nella nostra e in quella dei tuoi figli. Oppure parlarti delle tue fattezze, dirti che il tempo, con la tua luce, ha ingaggiato una battaglia persa. Ma non sono parole per sempre, queste. Non reggono un volto. Escono quando, soli, si è nudi davanti alle proprie colpe, e frughi in ogni anfratto livido della coscienza, sperando di trovare l’obolo in grado di estinguere, come per magia, tutti i debiti. Si imprimono sul foglio senza una fonte precisa, sgorgano da nessun luogo e non hanno indirizzo, queste parole, e restano impronunciabili da qualsiasi altra parte.

Mi chiedo come fai a vivere al di sopra della cattiveria, senza ambizione, priva di secondi fini. Te l’ho visto fare senza alcuno sforzo, eppure non mi è riuscito di impararlo.
Da parte mia, ho finito per cercare intorno, nelle vetrine, almeno un dono, riuscendo nel miracolo assurdo di tornare a mani vuote per un anno intero. Ho camminato con la vista del cieco e l’attenzione di un bambino. Niente mi è sembrato all’altezza, e so che ti sarebbe bastato poco.
Allora stamattina guardavo i vostri corpi vicini, il tuo e quello dei nostri bambini, disegnare una o due lettere dell’alfabeto. La vostra immagine, quei corpi a forma di N o di H, di colpo, nella mia testa, hanno declinato il sillabario di conquiste che è stata in parte la nostra piccola, quieta storia. Zeno dormiva con le braccia alte, Stefano le lasciava quasi conserte. Hanno il tuo naso piccolo, il sorriso, però le mie narici a forma di goccia, questo lo ricordi spesso. Guardavo i lineamenti, i loro occhi grandi incapaci, per adesso, di nascondere qualcosa, in grado di riflettere la gioia e lo spavento: il riflesso di quello che scoprono nel mondo. Hanno la bocca piccola e il labbro superiore sporgente. Poi ho visto le tue mani che tante volte, in maniera automatica, hanno accarezzato la loro fronte, terso le lacrime, messo a tacere, – come in un gioco di prestigio, – ogni ansia, ogni dolore.

Intanto il nostro è lo scarto tra un uomo e una donna. Poi credo che la tua grazia dipenda da questo: che non ti curi di restare e di volere più del necessario. E non ti curi di colmare il vuoto, di fermare il tempo, lo accetti inesorabile, come una forza che abbia il tuo stesso diritto di farsi valere. Vorrei imparare la discrezione, la reticenza, e a ridere, come sai, davanti ai film di Fantozzi. Il tuo passo leggero è questo: il mestiere di conservare, in ogni occasione della vita, la parte che più conta.

 

Sandro Abruzzese

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