I musei della bandiera bianca e i pugni di Luca e Vincenzo alla Vigor

Da sinistra Luca e Vincenzo

Da sinistra Luca e Vincenzo alla Vigor

Oggi niente piazza Castello, niente duomo, niente vetrine e sguardi di plastica. Insomma, niente illusioni. Cerco la parte della città che annaspa. Quella che non sempre ce la fa a restare a galla. Vado verso i margini, la parte di ordito dove il tessuto si smaglia. Dove la trama ha preso una piega diversa da quella consueta. Giro con la bicicletta in zona stazione e ho l’anima oppressa da una pigrizia a cui sono abituato. Oggi sento la fatica della ricerca degli altri che preme sulle tempie. Alcuni giorni è come se ti mettesse davanti a una perpetua salita, la ricerca; come se il mondo generasse una quarta parete da scavalcare.

Per fortuna giunto di fronte allo stadio trovo la prima scena che scrolla di dosso il torpore: sono due attività commerciali, l’una affianco all’altra a distanza di circa quindici metri, solo che davanti alla prima, un alimentari, sono tutti neri, presumibilmente africani; davanti alla seconda, un bar, tutti bianchi, a giudicare dall’accento autoctoni. Per un attimo Ferrara mi pare Johannesburg. Il mio amico Gianni vive in un appartamento nei paraggi e sostiene che la rigida segregazione, la cortina di ferro tra i due esercizi, risponde a una ragione economica oltre che etnica. L’alimentari è oggetto di continue incursioni da parte delle forze dell’ordine, evidentemente ritengono che non fornisca solo il pane e il latte fresco. Il bar, invece, ha il record delle autoambulanze che accorrono per i frequenti coma etilici registrati tra i clienti. Io li considero due musei della condizione odierna, questi luoghi. Sono le camere iperbariche che nascono a ridosso dei salotti cittadini. Per qualche spicciolo accolgono chi issa la propria bandiera bianca.

In via Cassoli mi viene in mente Dumitru. Non so se si allena quest’oggi, la palestra di boxe a cui è iscritto si trova proprio qui vicino. Un giorno a scuola gli avevo promesso che sarei passato a visitare la palestra Vigor.

A Ferrara, quando dici boxe, parli della famiglia Duran, mi dice Ibrahim. Parli di Carlos Duran, negli anni ’60 campione argentino naturalizzato italiano, fondatore della Vigor. Oppure dei figli Alessandro e Massimiliano, che hanno seguito le sue orme. Dentro la palestra di boxe ritrovo l’aria rancida, umida, di quelle della mia infanzia, a terra un tappeto di gomma, in aria sacchi che pendono, alla parete una specchiera occupa un intero lato della sala rettangolare. Sul ring due ragazzi combattono con foga. Per fortuna trovo Dumitru che mi introduce togliendo l’imbarazzo. È lui che mi presenta l’istruttore Ibrahim: marocchino di Casablanca, venti anni di pugilato alle spalle, il sorriso largo in grado di trasformare i suoi occhi in due strette fessure e la fronte madida di sudore mentre si esercita con la fune. È un’immagine quieta, quella di Ibrahim che si allena, i suoi movimenti lenti e fluidi possiedono grazia. Da l’idea di essere dove vorrebbe e osservarlo, in parte, restituisce la stessa sensazione.

Sul ring ci sono Vincenzo e Luca. Quando smettono facciamo due chiacchiere. Vincenzo Ricciardi tira pugni da quando aveva tredici anni, ora ne ha ventiquattro. Figlio di genitori agrigentini, la mattina si sveglia alle cinque, lavora in un negozio di ortofrutta in via Bologna. Si allena tutti i giorni tranne il sabato e la domenica. La scuola l’ha abbandonata presto, prima del diploma, mentre dice che è stato un stupido a farlo, scuote la testa, sua madre aveva ragione, non avrebbe dovuto. Anche Luca, suo avversario e amico, braccia tatuate e pizzetto, si pente di averla abbandonata troppo presto. Ora di mestiere fa il muratore. Ha ventitré anni e pratica il pugilato da quattro. Il suo preparatore ha deciso che “Canna”, così lo incita sul ring abbreviando il suo cognome, Canella, è pronto. Per lui è arrivato il momento di combattere e Vincenzo lo aiuta a prepararsi. Della boxe entrambi amano la misura, il fatto che evidenzia i tuoi limiti, ti costringe a spostarli, poi restituisce i sacrifici patiti: è qualcosa che, a poco a poco, diventa tutt’uno con la tua vita.

In questa città invisibile, che affonda nella terra, potrebbe bastare pure osservare i sogni e le passioni degli altri per riceverne in cambio qualcosa. Potrebbe bastare l’aver vinto la fatica dell’incrociare passi sconosciuti. Non ci sono meriti né calcoli in questo. Non c’è guadagno. È il tentativo di sfilarsi da un sommario di solitudini quotidiane. Di abbassare la guardia, nell’illusione di scardinare la fortezza della diffidenza edificata negli anni. Girare mi dice che paghiamo un prezzo troppo alto alle finte sicurezze, a una vita di insignificanti, o peggio ancora ipocrite, certezze.

Così, per un attimo, oggi ho sognato gli stessi sogni di Luca e Vincenzo, di Dumitru e Ibrahim. I loro pugni fasciati e chiusi sono i miei, così come i sacrifici e la fatica, la forza e la determinazione. Oggi scrivo dei loro sorrisi e dei nostri sogni.

 

Sandro Abruzzese

 

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