LETTERA A UN PADRE

Caro papà,

che cos’è questa storia dello scrivere me lo chiedo io per primo, quindi non vale la pena essere in troppi a farlo. Di sicuro ha a che fare col fatto che anche questa Pasqua, come quella scorsa, la passo lontano da casa. Oppure ha a che fare col fatto che, dovunque vada, a scapito del tempo che passa, la mia unica casa – quella che sento mia – è in via Firenze n 12, a Grottaminarda. Questo mi pare un problema abbastanza grave nelle mie condizioni, per quanto con poche vie d’uscita, povero di soluzioni. Oppure ha a che fare col tuo compleanno, il 31 marzo hai compiuto 72 anni e da almeno 12 io non faccio più parte della vostra quotidianità. Quanti compleanni ho perso? Quante date importanti? L’ho scelta questa strada? Non credo. Sono nato in una Terra del rimorso, che non consente troppe scelte, che non consente amore, e neppure troppo odio. Appena può, con la complicità dello Stato, come un bambino, ti ruba la libertà. Il resto viene da sé, anzi direi che, tolta quella, non rimane poi molto altro. Ma tu queste cose già le sai, vero? Vorrei descrivere l’impotenza della distanza ma proprio non ho parole. Sai, mi riferisco a quando il tempo passa. All’abitudine per l’assenza. Alla normalità dell’assenza. Quando tutto diventa un po’ come se non esistessi. Come se non fossi mai esistito. Non ci si ricorda più com’era quando c’eri. E nemmeno perché non ci sei più. Così tutto finisce per fare meno male, per prendere una piega, e nessuno sa dirti se, quella presa, sia la piega giusta o sbagliata, se esiste un verso migliore di un altro da infilare.

Ti ricordi l’anno dopo la mia laurea? Quanto eri preoccupato per il mio girovagare senza lavoro, anche allora non ne facevi parola. Tu le hai sempre trattenute, le tue parole, ne hai fatto un uso necessario e per contrappasso ti tocca un figlio che le spende pubblicamente e senza alcuno scopo. Le hai trattenute con tuo padre, poi con questo tuo figlio lontano, che non torna. Forse scrivo perché mi sono stancato di trattenere le parole. Le lascio fluire, – finalmente, – che si scavino il letto che meritano. Non sempre fanno più danni del silenzio, le parole.

Proprio tu, che non hai mai chiesto nulla a nessuno, – che lottavi per una società in cui non dovesse essere necessario che le persone chiedessero qualcosa a qualcuno per lavorare – cominciavi a cercare qualche vecchio amico di partito per togliermi l’ansia del fallimento, quella di quando ci si sente che non servi a niente, che la tua laurea è un quadretto su cui pisciarci addosso. E quante parole non dette, papà? Ti chiedevo perché non fossi più amico con taluno o talaltro e rispondevi solo che è il tempo. Poi l’ho capito cosa volessi dire, purtroppo l’ho capito anche se non l’hai mai detto. Le persone non resistono al tempo, più andiamo avanti e più siamo egoisti, e gli adulti si allontanano talmente tanto dai bambini da diventare animali sempre più soli e tristi. Pensiamo di essere furbi non abboccando più a nessun amo. Però una volta finiti a non credere più a nessuno, non ci rimane poi molto, forse non ci rimane proprio più niente.

I tuoi nipoti hanno compiuto gli anni lo stesso giorno. Stefano parla un idioma che non è già più il nostro. Parla comunque col suono di una terra di pianura generosa che è l’Emilia, una sorta di seconda casa per la nostra famiglia, ma direi per tutta l’Irpinia. Zeno, invece, quasi cammina. Muove, incerti, i primi passi e ride. Hanno gli occhi della madre. Ma a me pare che guardino la vita come faceva il padre. Sempre proiettati all’esterno, sempre alla ricerca dello sguardo e dell’attenzione degli altri. Come se si vivessero solo nella luce condivisa, sono bambini che non bastano mai a se stessi, che non si accontentano della sola presenza, seppur attenta, dei genitori. Così, declinano l’esistenza, li vorrei solo meno vulnerabili, anche se certe caratteristiche non si scelgono, purtroppo o per fortuna si ereditano.

Ti lascio, so che non ami le lungaggini. Che letto hanno scavato le mie parole? Spero non una fossa. Oggi proprio non ce la facevo a trattenerle, è pur sempre il giorno in cui è morto Gesù. E anche se tu non sei religioso, le ingiustizie, i tradimenti non ti sono mai piaciuti, sono gli unici momenti in cui non ti sei lasciato andare al perdono. Quella di Gesù rimane una storia meravigliosa. Ha davvero poco a che vedere con chi si ostina a usare il suo nome. Un po’ come il Partito Democratico che celebra Ingrao o Berlinguer.

Anche se con queste righe abbiamo recuperato ben pochi minuti, un abbraccio forte a tutti voi. Quest’anno non altri regali che poche parole in fila. Accontentati!

 

S.

Ferrara, 3 aprile 2015

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  1. nietta

    Caro Sandro,
    non so se ti ricordi ancora di me:Nietta, la cugina di Gerardo Tedesco, nonche’ alunna di quel professore di poche parole, ma ti assicuro parole tanto incisive.Nn so come sono approdata nel tuo blog….ma di sicuro ne sono contentissima di aver scoperto un Sandro con una profondita’ da poter scalfire le pietre.E soprattutto un Sandro papa’…..ti auguro un in bocca al lupo per tutto a te e la tua famiglia….. Ancora complimenti…Nietta

    • raccontiviandanti

      Grazie Nietta! Non ho trovato altro modo che scrivere per vincere questa distanza mentre il tempo passa. Se tu mi scrivi queste parole, vuol dire che funziona, che tutto ha un senso. Un abbraccio a te, a presto.

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