La fine silenziosa del Mezzogiorno secondo lo SVIMEZ

Il rapporto annuale 2014 dell’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno

Testo di Sandro Abruzzese

sud

Credevo fosse una giornata normale, questa. Una giornata di sole in cui fare due passi. Invece qualcuno su facebook ha postato un articolo. E’ il rapporto annuale sullo stato dell’economia del Mezzogiorno a cura dello SVIMEZ, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno. I decessi superano le nascite, dice l’articolo. In precedenza era accaduto solo alla fine di due guerre: nel 1867, dopo la terza guerra d’indipendenza e nel 1918, data conclusiva del primo conflitto mondiale. Queste appena citate, mi viene da pensare, avevano la dignità di essere guerre dichiarate, palesi, alla luce del sole. La guerra che mi piomba in casa oggi, in tempo di pace, nessuno la nomina. Nessuno se ne occupa. E’ come se non esistesse. Anzi esiste in tutte le case rimaste mezze vuote. In tutte le famiglie. Ma ognuno la vive in maniera individuale, la guerra silente, viscida, omertosa, con le proprie sconfitte, le proprie vittime.

Nel rapporto si dice che quasi centoventi mila persone hanno lasciato il meridione d’Italia nel solo duemilatredici. Se avessimo avuto un nemico avremmo almeno potuto detestarlo. Scriverne il nome su un muro per poi maledirlo. Una terra in cui ci sono più morti che nati, dove si esporta una città di medie dimensioni all’anno e il tasso di disoccupazione giovanile si aggira intorno al 36%, questa è la terra dove sono nato. Un Paese incompiuto. Se avessimo avuto un nemico, di sicuro avrebbe sganciato un ordigno, una bomba sulle nostre città, magari avremmo perso meno vite. Una bomba sarebbe stata più clemente. Ci avrebbe dato dei martiri, degli eroi. Avremmo perso senza alcuna colpa. In maniera chiara. Qualcuno avrebbe proposto persino l’onore delle armi, come in quel vecchio film con Alberto Sordi, ad El Alamein.
Ancora, il 60% delle perdite dovute alla crisi si concentra al sud, dove però si registra solo il 26% degli occupati dello Stato. Alcune regioni del nord hanno un reddito quasi doppio rispetto a quelle del sud. E’ un merito? Una colpa?
Eppure stavo proprio per portare i miei figli a fare una passeggiata. Ferrara col sole merita sempre due passi. Stefano ama gli artisti di strada e Zeno la gente che passa. Meno di dieci anni fa sarò stato annoverato tra le centinaia di migliaia di persone che hanno abbandonato la propria terra per trovare un futuro da qualche altra parte. In passato è stato un buon modo per applicare l’articolo 3 della costituzione, il sistema italiano. Si prendevano gli studenti, i laureati, le risorse di un luogo, gli si offriva un buon posto di lavoro nell’esercito, nell’arma, negli uffici pubblici, negli ospedali, nelle scuole, nelle aziende, nelle banche, alla radio o alla televisione. Piccolo particolare: a mille chilometri di distanza dalla tua casa. Così facendo abbiamo rimosso qualsiasi ostacolo di natura economica. E pace sia. Ma abbiamo rimosso pure le persone, l’identità di un luogo. I rapporti sociali di cui si nutriva. Abbiamo perso, mescolando tutto, siamo rimasti vittime e carnefici.

Allora passo il tempo seduto ad una scrivania. Non ci vedo nulla di nobile. Anzi ho quasi la certezza che sia inutile. In qualche modo cerco una spiegazione che sarà sempre parziale. “Andare lenti è essere provincia senza disperare, al riparo dalla storia vanitosa, dentro alla meschinità e ai sogni, fuori della scena principale e più vicini a tutti i segreti” , scrive il sociologo Franco Cassano ne Il pensiero meridiano. Già, meglio una passeggiata lenta, niente di meglio che i miei bambini, nati a quasi mille chilometri di distanza dal luogo in cui sono venuti al mondo la mamma e il padre.
Da leggere: rapporto svimez 2014

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