SCOLAPAZZA

 storie di ordinarie allucinazioni scolastiche    

                                                                                                                                                                                                            di GIORGIO GALETTO

 

È un attimo. Il pensiero mi attraversa la mente e la abbandona con la velocità che solo il pensiero, appunto, possiede. Rivedo la scena di appena cinque minuti fa e mi appendo con la penna al registro delle firme, di sasso, gli occhi fissi nel vuoto davanti a me.

– oh, tutt’a posto? –

– mh?..ah, sì scusa, ecco – firmo, mi scanso e lascio spazio al collega attonito.

– Sì sì, m’hanno rigato la macchina – faccio come un automa, inespressivo e monocorde, quasi oracolare nella mia fermezza.

– Eh? Ma quando, scusa? Stamattina non c’era niente, che ne sai? –

– No, è che lo so – continuo rigido, gli occhi persi, cominciando ad avviarmi verso l’uscita. Mentre con passo da bradipo, seguito dal fido Patrizio (un po’ preoccupato per la mia e la propria salute, visto che lo aspettano ben 15 minuti di macchina con me alla guida, da Frascati ad Anagnina), scendo riflessivo le scale, rivedo tutto con chiarezza. Compreso ciò che non posso aver visto per il semplice fatto che non c’ero ma che, ne ho la certezza assoluta, è avvenuto  alla mia macchina nuova nuova.

 

Rivedo per prima cosa la mia penna che si posa sul registro di classe e verga quei tre nomi. Tre fanciulle quindicenni la cui unica colpa è quella di passeggiare in classe mentre il professore tenta l’approccio col pensiero ipotetico. – se vi mettessi una nota, papà vi farebbe ancora la macchinetta?

E vedo il loro volto che s’infiamma, le vene sul collo gonfiarsi, i loro occhi accendersi. Sento le loro urla disperate.

 

Rivedo me stesso procedere con la motivazione – …impediscono il regolare svolgimento della lezione..etc etc –, come nella migliore tradizione notaiola. Le urla si fanno assordanti, dalle ultime file credo di udire e vedere accendersi una piccola rissa tra avverse fazioni

– era ora, Prof, le porti dal preside! –

– che cazzo dici, deficiente! –

Rivedo soprattutto lo sguardo inferocito di tale F.M. che mi promette vendetta totale, a breve. Io mostro un ghigno e procedo. Suona la campanella, escono in grande agitazione tutti; le tre, una piange di rabbia, una è arrabbiata e l’ultima piange e basta, mi guardano esprimendo la somma dei loro tre stati d’animo.

Qui finisce l’autopsia e comincia il verisimile:

 

le tre sono gonfie di rabbia e risentimento, qualcuna s’è beccata recentemente altre note. Sono una bomba a orologeria che sta per terminare il countdown. Si isolano dal resto della classe, F.M. fremente di sdegno butta là:

 rigamoje  la macchina a quel bastardo! –

–         Sì sì! –

 fanno pronte le altre due, una mentre si asciuga le lacrime e con la voce ancora tremante, l’altra con voce ferma, smettendo un mutismo nero che andava avanti da dieci minuti.

Rivedo tutto questo e le tre che unsolcorpo scendono le scale velocissime, consce della rapidità di cui necessita la messa in atto del loro piano delittuoso, pena la mia comparsa nel parcheggio della scuola. Giunte sul luogo del crimine si guardano intorno: quasi nessuno, sono state rapidissime; poi nel parcheggio riservato al personale c’è meno traffico che all’ingresso principale, e i professori sono ancora in sala a firmare o posare i registri e salutarsi. Loro lo sanno e mosse dal veleno iniettato dalla nota appena ricevuta impugnano un mazzo di chiavi e passandoselo una alla volta (come il coltello tra le mani degli assassini in Assassinio sull’Orient Express) scaricano la loro ira disegnando una bella linea ondulata sulla fiancata delle mia macchina.

Ci sono solo due testimoni, per la precisione una coppietta che fa esercizi di lingua viva su un muretto, abbastanza distratta e presumibilmente complice. Le tre, compatte, si allontanano furtive e rapidissime, con lo sdegno rattenuto ancora dipinto sui muscoli della faccia, sbuffanti rabbia come una vaporiera. Vanno di marcia, con l’energia di chi ha subito l’ingiustizia delle ingiustizie, e varcano la soglia del cancello di scuola, uscendo di scena dalla mia ideale rappresentazione.

 

Mentre finisco di sognare ad occhi aperti, nel frattempo sono arrivato nel parcheggio, dove Patrizio m’ha preceduto superando il mio passo da morto vivente senza che me ne accorgessi, impegnato com’ero a girare nella testa una puntata di «Profezia auto-avverantesi».

 

E indovina un po’?

 

– “A Giò, la macchina è rigata sul fianco destro! Ma come hai fatto, l’hai visti dalla finestra?” –

–         “No, Patrì, mia madre è una strega, è nata vicino Benevento e se vuoi ti toglie pure il malocchio” – .

 

 

 

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