Viaggio in Australia: il nuovo mondo di Gerardino, classe 1926!

di GERARDO LIETO

Nuovo mondo

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Gerardino, classe 1926, di Grottaminarda, fu per qualche tempo parte di quel fenomeno migratorio del dopoguerra, ritenuta funzionale per l’Italia a fronte della fragilità industriale e l’arretratezza del mondo agricolo. Orgoglioso come molti della sua età, accoglie le domande come una sorta di riflessione e di ostentata liberazione, come se non vedesse l’ora di parlare; e parlerà senza che nessuno gli faccia domande, senza che nessuno lo fermi, si commuoverà e ricorderà bene quello che è stato. “Ero folle della mia giovinezza”. “Si può dire che non sono stato un vero e proprio emigrante, perché semplicemente a casa vivevo modestamente; ero curioso, c’era una voglia di cambiamento, avevo una forte aspettativa di vita, o banalmente e semplicemente volevo fare più soldi”.

Prima di te, c’è stato qualche emigrato nella tua famiglia?
“I miei zii prima, mio padre Antonio li raggiunse nel 1903-04, stavano tutti a Boston, Stati Uniti. Al paese faceva il ciabattino, calzolaio, e di sicuro l’America non lo cambiò per questo aspetto; tentò, ma sempre il lustrascarpe fece per tutto il tempo, finché qualche anno dopo rimpatriò. Con quale animo non lo so.”

La situazione familiare prima di partire nel 1955? Economica, lavorativa, abitativa?
“Sposai nel 45, con Rosaria, sempre del paese; inizialmente rimasi in casa con i miei; il mio mestiere, scalpellino / marmista; con il tempo e qualche risparmio insieme a mia moglie aprimmo un negozio di casalinghi. Lei rimaneva in negozio e io facevo l’ambulante in giro per i vari paesi. La situazione economica sembrava essere nella media, non navigavamo nell’oro, si facevano tanti sacrifici; ma ci potemmo permettere di comprare la casa, l’attuale casa. Però non ci allontanammo dalle nostre famiglie e dai nostri vicini. Nacquero tre figlie, nel 46’ 48’ e 52’, tutte femmine, ma una malattia alla nascita si portò via la prima.”

La scelta che ti ha portato alla partenza? C’è stato qualche ripensamento?
“Mi trovavo a Napoli per un carico di lavoro, quando incontrai un amico che conobbi durante il servizio militare. Lui incominciò a parlare di questa terra lontana dove un suo parente lo aveva mandato a chiamare. Poi in paese era diventata una consuetudine, anche solo parlarne mi incuriosiva. Io ero desideroso, volenteroso, e poi la fame durante la guerra l’avevo vista e vissuta, avevo una forte sete di guadagno ed ero ambizioso, soprattutto.
Con tutto ciò, l’attaccamento alla famiglia, alla terra e la malinconia che mi prese, mi impedì di partire la prima volta che ci provai. Era il 1953, non so cosa mi prese ma restai a letto per quindici giorni.”

Perché l’Australia? Chi ti ha indirizzato?
“L’Australia, perchè mi mandò a chiamare quell’amico che incontrai a Napoli, ci tenevamo in contatto. Questa volta un anno dopo, il 54’, decisi di non farmi prendere la “pecuntria” (malinconia), e forte della mia decisione partii. Mia moglie aveva il negozio e aveva la protezione di tutta la famiglia. E poi non si sarebbe mai e poi mai spostata. Era il mese di Aprile ed era primavera.”

Cosa hai dovuto fare per organizzare il viaggio?
“Io dovetti comprare il biglietto della nave, 360 lire, e dovetti aspettare l’atto di richiamo. Era un semplice documento che gli immigrati facevano per richiedere e accogliere altre persone, per motivi di lavoro o matrimonio. La richiesta partiva da un amico o parente ivi residente e che poteva garantire un posto di lavoro. Dichiarando di essere idoneo a lavorare, feci anche una visita medica, insomma garantivano per te. Aspettai.”

Come hai affrontato il viaggio?
“La nave. Cielo e mare mi fecero compagnia per trenta giorni e trenta notti. Partimmo dal porto di Napoli, puoi immaginare la tristezza mista ad euforia. Su quel mondo galleggiante eravamo in 1500. Li conobbi qualcosa che non avevo mai visto o sentito, ero un cittadino del mondo. Quanto mangiavamo…; tre volte al giorno cose mai immaginate e provate prima; pensa che a metà pomeriggio ci servivano tè con biscotti, impensabile. Si giocava e si passava il tempo in qualsiasi modo. Lì presi la fama di essere un buon oratore; facevo discorsi, cantavo e suonavo il mandolino per gli altri, ricordando le nostre terre, come se già fosse passata una vita. Così sembrava.”

Arrivato, quali sono stati i tuoi contatti, cosa facesti? I primi lavori?
“Quando arrivai era maggio. A Melbourne inaspettatamente l’amico non c’era, lo aspettai fino a sera, ma niente. Qualcuno mi notò, ero infreddolito, sporco, stanco, mi chiamò, non so perché ma mi voltai subito, disse: “spaghetti, italiano?”, forse me l’aspettavo una cosa del genere. Era la polizia che mi prese e mi portò con loro, mostrai l’atto di richiamo e i documenti, chiamarono il titolare e mi misero su un Bus in direzione Richmond, un sobborgo della città. Era li che lavoravano gli italiani, lì c’erano le miniere e tanti campi da trattare. Di certo non trovai la ricchezza che mi era stata promessa per lettera e raccontata. Erano partiti da contadini e continuavano a fare i contadini. Io, comunque, con quel mio amico presi il mio primo lavoro da emigrato, scesi in miniera,una miniera di carbon-fossile, ma per soli quindici giorni; non era per me. Stavo sempre nero. Allora mi misi in moto e cercai tramite tramite qualche mio paesano. Così feci, tanto che da quel posto sperso me ne andai per tornare un po’ più in città. Ero andato lì per migliorare non per peggiorare. L’ufficio del lavoro, se così si chiamava, mi diede cinque sterline per vivere una settimana. Mi indirizzarono verso una fabbrica di caramelle ma non mi presero. Furono giorni duri e tristi ma riuscì a trovare tramite un mio paesano a Melbourne il lavoro che facevo al mio paese prima di aprire il negozio da commerciante, scalpellino/marmista. Comunque era un lavoro che mi faceva felice.”

Dove vivevi? Eri circondato da italiani? Vivevi in comunità?
“Dove vivevo e vivevamo era un grande quartiere di soli italiani. Una miscela di italiani, nord, sud tutti insieme. Si parlava esclusivamente italiano per certi versi, in certe occasioni dialetto. Era una vera comunità, sembrava di stare in famiglia. Certo dovevamo arrangiarci come potevamo, stipati in abitazioni da quattro massimo cinque persone. Ci si organizzava. Il lavoro, siccome ero bravo, mi dava molte soddisfazioni, non era duro trattandosi più di precisione che altro, però il padrone era esigente, e come. Diceva: ”spaghetti, tu ok ma lento”. Comunque si viveva così, si lavorava insieme, si mangiava insieme, si dormiva, ci si divertiva insieme.”

Il tempo libero?
“Ho conosciuto il cinema il sabato sera, in Australia! La domenica mattina da buon paesanotto andavo in chiesa. La sera dopo il lavoro a scuola d’inglese, lì incominciai a frequentare persone diverse, ma sempre emigranti, maltesi, greci, ecc, insomma incominciai a masticare la lingua. Mi improvvisavo barbiere per i miei amici vicini di casa, loro si accontentavano. La fama di oratore mi seguì. Invitato sempre, mi mettevo al centro dell’attenzione in feste non mie. Per esempio in alcuni matrimoni prendevo la parola e pronunciavo discorsi d’auguri per gli sposi, tutti applaudivano, mi invitavano per questo; oppure andavamo a fare le serenate alle spose la sera prima delle nozze. Io suonavo il mandolino. Vero italiano, li facevo sentire a casa. Piangevano. Una volta mi arrestarono pure per disturbo, me la cavai con una multa. Ero molto fanatico, mi piaceva vestire bene la sera e non ti nascondo che le donne straniere…..beh si facevano guardare, noi eravamo abituati ad altro.”

I soldi che guadagnavi li mandavi al paese?
“Dopo due anni da scalpellino litigai con il datore di lavoro e abbandonai tutto per poi trovare un altro posto, ma molto meno gratificante. Era una piccola fabbrica che costruiva abbeveratoi per animali. Mi pagavano bene, prendevo 11 sterline più le mance,era semplicemente un cottimo.
Mandavo bei soldi a casa e mia moglie li depositava in banca, tra l’altro la prima banca a nascere a Grottaminarda, nata anche grazie ai soldi di noi emigranti.”

Come vi trattavano gli australiani autoctoni ?
“Non benissimo, io mi sentivo un re dentro la mia comunità, ma come mettevi il piede fuori dal quartiere e ti incamminavi verso la loro città le cose cambiavano. A lavoro comunque eri sempre e solo un numero, il padrone era proprio come ve lo potete immaginare. E’ vero c’erano diritti e doveri ma eri controllato a vista, indipendentemente. Eri sempre e comunque per loro un spaghettaro e mandolinaro. Ad esempio: un giorno in un tram mi alzai per far sedere una persona anziana, per rispetto, ma fui trattato malissimo da quel signore perché aveva mal capito la mia frase al momento di cedergli il posto, capì che lo avevo dato per una donnaccia. Penso che fu solo un pretesto crudele e banale per farmi segnalare dalla polizia, perché così finì. Ancora oggi ci penso a quell’umiliazione.
Io sono sempre stato un tipo nostalgico, vedi la prima volta, ma in quel periodo particolarmente.”

Hai mandato a chiamare qualcuno che conoscevi in Italia? Parenti o amici.
“In quel periodo, proprio perché mi sentivo giù, mandai a chiamare mio fratello Michele. Lavorò con me per altri due anni. Vivevamo insieme. Lui poi c’è rimasto quindici anni.
Feci un atto di richiamo per mia nipote, da parte di mia moglie, che a sua volta reclutò tutti i suoi. Attualmente vivono ancora lì. Ci sentiamo qualche volta.”

Quando sei tornato e perché?
“Io non vedevo l’ora di tornare. Avevo guadagnato qualcosa, ma non stavo più bene. Non dovevo più fare sacrifici, anche perché se ci penso oggi non so perché feci tutto, non vivendo proprio nella miseria. Curiosità, follia,voglia di cambiare vita, con quale aspettativa però? Non avevo le stesse ragioni del migrante comune ma chi lascia il paese d’origine prova le stesse emozioni, lo stesso allontanamento dalla famiglia, gli stessi problemi di integrazione e conosce la stessa incertezza che ruota attorno ai migranti e alle loro famiglie.
Sono tornato nel 60’,con qualcosa in più sicuramente, feci un altro figlio, maschio, presi il diploma e concorsi per un posto da vigile urbano e poi con pazienza aspettai qualche anno diventando comandante maresciallo dei vigili urbani di Grottaminarda, fino alla pensione.”

Orgoglioso, onorato, già di carattere, mi mostra la medaglia d’oro di cavaliere ricevuta al momento del ritiro.

Intervista a cura di Gerardo Lieto

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