Lettere settentrionali 18 (Il calzolaio)

Il calzolaio

Il calzolaio

Non si da pace… Carmelina. Lei si era allontanata col proposito di tenere la famiglia unita, evitare diaspore, e invece nel giro di cinque anni ha visto andarsene Michele, il primo figlio, a lavorare alla polizia municipale di Venezia. Giada, l’unica femmina, sposarsi a Bologna con un tecnico delle caldaie.

Ma quella che proprio non ha retto è stata la partenza di Raffaele, ultimo figlio se n’è andato addirittura in Colombia. Ma dico io, perdere la testa a diciannove anni, per una di Bogotà poi. Non so, dice che l’ha conosciuta all’università.

Io?
Chiamatemi Vittorio!

Sono nato a San Severo, in provincia di Foggia, ma lavoro a Mirandola. Da piana a pianura. Non per necessità, direi più curiosità, questo sì! Il resto lo ha fatto mia moglie Carmelina, con quella sua fissazione della famiglia.

Io glielo dicevo che i suoi sentimenti non sono di questi tempi, che l’amore non tiene niente a che fare con la libertà! E pure la famiglia come se la ricorda lei non ci sta più! La gente mo’…sta sui social network…

…allora una sera che piangeva davanti a Skype, non ci ho visto più, ho aperto il computer e un po’ bruscamente ho detto:
“Carmelì! Guarda qua, ma l’hai capito che pure papa Francesco sta ‘ngopp a feisbuk? E’ un’altra Terra Carmelì!

Ha accennato un sorriso, ma io la conosco! Quando si mette in testa una cosa è capace di portarmi in capo al mondo.

L’Emilia Romagna?
A Mirandola non mi lamento, e con il terremoto, sembrerà assurdo, ma la città la sento più mia. La scossa ha aperto la terra, le case, e le persone. Ha buttato la gente per strada, rendendola per qualche tempo più vicina. Anche se si sa come vanno ste cose, dopo un po’ quello che è stato è stato! E’ la natura umana.

Di mestiere?
Scarparo! Aggiusto le scarpe! Puzzo di colla, e ho le mani rovinate dall’artrosi. Però almeno riporto questi oggetti indispensabili alla forma originaria e con la coscienza sto a posto, perché col mestiere non partecipo a sta schifezza di usa e getta generale.

San Severo?
Certo, ogni giorno mi chiedo come sarebbe stato crescere i figli insieme ai miei fratelli, ai nonni, abitare la casa in cui sono cresciuto. Ma dalle mi parti si dice che quello che è fatto… sta bene. Altri pensieri è meglio non farli.

Carmelina?
Dopo trent’anni la donna a cui sto affianco la conosco, quella quando si mette in testa una cosa sposta le montagne. Perciò la sposai. Però mettersi a studiare lo spagnolo alla sua età?!! Per come è stata capace di portarmi a Mirandola, mi sa che la pensione ce l’andiamo a fare a Bogotà, che a quanto ho capito sta addirittura più giù di San Severo…!

Per adesso so dire solo vamos a la playa, il ritornello di quella vecchia canzone dei Righeira, te quiero lo dicevamo con gli amici alle ragazze quando andavamo a Lloret de Mar, e maricon, che ce lo dicevano loro a noi, dopo che gli avevamo gridato te quiero un po’ troppo frettolosamente.

Ah! Dimenticavo…adelante…ma non mi ricordo mai che cavolo significa.

SANDRO ABRUZZESE

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