Non si vota tutti i giorni

di Martino Melchionda

europe

Non si vota tutti i giorni.

Domenica ci sono le elezioni europee e un brivido mi corre lungo la schiena, come ogni volta che si va a votare. È una sensazione mista di piacere e attesa.
Votiamo ancora una volta, come sempre, per la nostra vita. L’Europa sembra lontana, soprattutto per i miei amici e fratelli che vivono nel mezzogiorno d’Italia, la mia terra. Eppure l’Europa siamo noi. Direi, soprattutto noi. Un’Europa senza il sud d’Italia (così come senza la sorella Grecia) non esisterebbe neppure. Neppure si potrebbe chiamare “Europa”! Perderebbe il diritto e resterebbe un continente senza nome, perché non potrebbe rubare un pezzo di storia e portarselo via.
Io so di votare per la mia vita, per quella della mia compagna, per quella dei miei amici, per quella della maggior parte delle persone e per quelli che sono in condizioni di precarietà e di sofferenza, anziani, immigrati, senza casa. Ma io so di votare anche per mio figlio e per i figli che verranno e che abiteranno questo mondo, questo continente. È questa la legge interiore che mi accompagna fino all’urna. È questa legge che seguirò anche questa volta. Per questa ragione milito, senza divisa.
Io sono dovuto partire, poi ho scelto di ripartire. Ma vorrei che il partire fosse motivato solo da una scelta individuale o dal desiderio di scoperta e conoscenza. Tutte le nostre esperienze e i posti in cui siamo vissuti ci hanno lasciato qualcosa e hanno aggiunto tanti pezzi che compongono il mosaico della nostra personalità. E questo mosaico è un’opera che si è fatta da sola, ma di cui noi abbiamo determinato la forma ultima. Questo mosaico ordinato e osservato attentamente racconta tante cose e allo stesso tempo una cosa sola, che siamo figli di questo tempo, di questa Italia e di questa Europa. In Europa viviamo ed è l’Europa che dovremmo contribuire a migliorare. Con ogni mezzo a disposizione, anche con qualche parola da condividere.
In questi ultimi decenni le condizioni materiali delle persone nel mondo, soprattutto dalle nostre parti, sono di molto migliorate e questo progresso materiale e sociale sembrava dovesse continuare ancora. Purtroppo, non è stato così e negli ultimi anni questo processo si è prima rallentato e poi quasi fermato, provocando sconforto, delusione, tristezza e depressione. Provocando povertà, rabbia, umiliazione. Ci eravamo illusi. Ci avevano illusi.
Ma guardando alla storia del passato con uno sguardo un po’ più lungo della nostra vista, scorgeremmo tanti momenti di arresto e ripresa del progresso sociale dell’umanità, o almeno della nostra (piccola) parte di mondo. Nell’ultimo secolo i grandi processi di emancipazione, intervallati da guerre mostruose e carneficine dentro le nostre stesse case, sono stati condotti dalle forze politiche che meglio avevano capito e interpretato le esigenze di milioni di persone che da secoli vivevano in condizioni di subalternità. Queste forze politiche erano rappresentate dai partiti della sinistra che avevano intrapreso e portato avanti battaglie fiere perché milioni di persone ottenessero il diritto all’istruzione, il diritto al lavoro, il diritto alle cure sanitarie, il diritto ad una pensione, il diritto ad una vita dignitosa. Queste stesse forze politiche, che tanto avevano sognato un mondo diverso e che tanto avevano fatto per costruirlo, ad un certo punto si sono smarrite perdendo di vista il loro orizzonte. Più semplice accontentarsi di gestire l’esistente. Ma la storia del progresso umano non ammette stagnazioni. Il rischio è di essere travolti, prima o poi, sotto il nostro stesso peso. Il rischio del caos diviene allora alto e le conseguenze imprevedibili. Ora ci troviamo esattamente di fronte ad un rischio del genere. È la ragione per cui ho deciso di scrivere queste considerazioni. Ma è con ottimismo che provo a farlo. Non è un preciso invito a votare per qualcuno. Perché non dietro gli uomini bisogna vedere le idee. L’Europa che voglio è una comunità di Stati che condividano la loro sorte e si mettano al servizio di un processo di pace e giustizia sociale. Che coinvolga, per cominciare, tutto il Mediterraneo. Nulla si può ottenere con la bacchetta magica, né dall’oggi al domani. Per questo motivo ho deciso di sostenere la battaglia per un’altra Europa e votare a queste elezioni europee L’Altra Europa con il nostro fratello greco Tsipras candidato alla presidenza della Commissione Europea. In Grecia, il suo partito di sinistra, Syriza, è riuscito a diventare in pochissimi anni il primo partito, passando dal 4 al 25%, parlando al cuore della gente e mirando a cambiare le sorti della Grecia e il cuore stesso dell’Europa.
Tsipras è il candidato alla Commissione europea che mira a cambiare le politiche, è l’unico candidato del sud Europa. Chi ha a cuore le sorti della sinistra e del senso di giustizia sociale non dovrebbe rinviare ancora o delegare ad altri. È questo il momento di decidere e “votare per la nostra vita”, per la vita di noi Italiani e dei popoli del sud del Mediterraneo. Nel rispetto delle leggi, nel rispetto della democrazia, nel rispetto degli avversari politici. Per tutto questo, non servono battute ad effetto. La politica, come la vita di ogni individuo, è una cosa molto seria. E con serietà va presa. Non siamo di fronte ad una partita di calcio o ad una sfida a poker dove chi vince si prende i soldi e li toglie all’altro. Questa non è una partita tra Renzi, Grillo e Berlusconi.
La storia recente ci ha insegnato che dei singoli uomini al comando è molto meglio diffidare. Potremmo pentirci di aver riposto male la fiducia.
Ma potrà essere troppo tardi, perché non si vota tutti i giorni.

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