ETERNI RITORNI (3)

Foto Giovanna Iorio

Foto Giovanna Iorio

La notte che il mio paese sparì
C’era la luna
Era novembre e il melo
Aveva foglie appuntite
morse dal gelo

Ricordo il pianto dei vecchi e il silenzio dei bambini
Il latrato del cane incatenato a un cancello vuoto
Mio padre che urlava i nostri nomi come un cieco
Tra le rovine di un paese cancellato.

La nebbia ebbe pietà di noi
Coprì la paura con un velo di stupore
E chiuse gli occhi alle case squarciate dal dolore.

La luna ci fissava senza parole
I tetti scoperchiati come pentole fumanti
Il ventre della terra ancora pulsante
La tavola sparecchiata dalla mano di un gigante

Rimase tutta la notte a vegliarci, la Luna,
Spuntava di tanto in tanto tra i sassi
La sua luce lieve priva di passi

Giunse dopo ore infinite e lente, il Sole
Insieme alla pioggia sottile invernale
il fango le ruspe le tende
una luce bianca e indifferente.

(La notte che il mio paese sparì, di Giovanna Iorio in La polvere e la luna: i poeti del 23 novembre a cura di Paolo Saggese (Delta 3 edizioni, 2010)

La dentiera

Mio padre, la notte del terremoto del 1980, rischiò la vita per recuperare la dentiera a un’anziana signora. Lei piangeva, senza denti, come un neonato vecchio. Non ci pensò su neanche un minuto, mio padre entrò nella vecchia casa e trovò la tazza con la dentiera. Lo vedemmo tornare in un lampo. Lei pianse di gioia quando rivide i suoi denti. E’ ancora viva, oggi l’ho incontrata. Mi ha sorriso. Con la stessa dentiera. L’ho detto a mio padre. Non se lo ricorda.

La candela

Una sera, tanti anni fa, cominciò a nevicare forte. Mio padre era uscito con il camion, sarebbe dovuto tornare presto e invece non tornava. Lo aspettavamo alla finestra, dietro ai vetri, io e mio fratello e non parlavamo. Il vetro era freddo e la neve scendeva come se qualcuno volesse far scomparire il paese, le case. Pensai che mio padre, tornando, non avrebbe visto la casa, che sarebbe passato senza vederci. Poi mia madre accese una candela alla finestra. Allora mio padre ci vide e tornò a casa.

Il quaderno

Mio padre aveva un tavolino dove la sera si metteva a fare i conti. Apriva un cassetto e prendeva un piccolo quaderno nero. Poi con la penna scriveva a lungo. Ogni sera la stessa cosa: scriveva, scriveva, scriveva. Poi rimetteva dentro il quaderno e chiudeva a chiave il cassetto. Lo so che su quel quaderno c’erano soltanto numeri e cifre. Ma io, nei miei sogni, lo riempivo di parole. Su quel quaderno ho scritto le mie prime storie.

Il secchio

Era un secchio di plastica azzurro. Mio padre lo riempiva d’acqua. La prendeva sempre dal pozzo del giardino, l’acqua. Diceva che era più fresca. Nel secchio ci metteva una bottiglia di vino. Si metteva il secchio sotto alle gambe e beveva con piacere. Mandava giù e diceva: Bello fresco. Un giorno io e mio fratello riempimmo il secchio con l’acqua della fontana, per fare prima. Dicemmo che era del pozzo. Mio padre ci guardò tutto serio e disse: mi avete detto una bugia.

GIOVANNA IORIO

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