LETTERE SETTENTRIONALI 15

Ho una nostra foto in mano con dieci anni di meno e i tacchi a spillo.

Mi piaceva che non dovessi per forza dare un nome alle cose. Sapevi stare sola e scommettevi che io non avrei mai imparato a farlo. Quanto avevi ragione!
Dopo la tua partenza ho scoperto quanto possa essere vuoto un bilocale a Lambrate. Ora sto davanti a un frigo, anche lui deserto come questa casa, che comunque parla di te.

Continuavo a cercarti e negli ultimi tempi raramente capitava il contrario. L’amore finisce pure quando non ci si parla più e una mattina ti sei svegliata all’improvviso senza avere nulla da dirmi.
Era una questione di parole e di lingua… il nostro amore, e – non so quando – in casa nostra entrambe hanno smesso di incontrarsi.
Quando non avverti il desiderio di raccontare il mondo a chi ti vive accanto hai smesso di amare. Era una questione di parole, di lingua, e di racconti…la nostra, in cui i gesti arrivavano dopo, e spesso risultavano superflui.

Ora ricomincio con le fissazioni e i ricordi: quando sul comodino tenevi quel grosso tomo di Céline e sottolineavi le sue frasi a effetto, e ancora mi ritrovo i post-it sul frigo:
“Chi parla dell’avvenire è un cialtrone, è l’adesso che conta. Invocare i posteri, è parlare ai vermi”. Che belle stronzate scriveva quel cane rognoso!
Ecco l’altra: “La maggior parte della gente non muore che all’ultimo momento; altri cominciano e si prendono vent’anni d’anticipo e qualche volta anche di più. Sono gli infelici della terra”. Stavolta ci ha preso, sugli infelici!

Affianco ai tuoi foglietti ho ancora i numeri di telefono di quelle persone che insisto a chiamare “amiche”, quei rapporti che ti facevano ridere e dire che si trattava più di non stare da soli che altro. Sappi che ce l’ho davvero un’altra! E Milano è piena di gente che rimpiazza altra gente, e di persone che scappano e altre che arrivano senza un motivo preciso. Non è un dramma.

Scruto il nostro frigo americano mezzo vuoto e mi chiedo cosa ci abbia spinto ad acquistarlo, noi che eravamo sempre a seguire qualche penosa dieta. Ah, giusto, dicevi che era il paese della libertà…l’America. Salvo poi ripensarci dopo un mese di vacanze dai parenti di Brooklyn.

Pensa un po’ l’ironia, io la libertà la vedevo in te che sei di Campobasso, quanto di più lontano da un americano. La tua
libertà è quella curiosità che non ti consente l’abitudine. La smania che ti porta ad aprire continuamente altri capitoli. La capacità di incontrare senza opporre braccia conserte, e tenere le impressioni per ultime, in modo che non pregiudichino lo sguardo. Altro che l’America!

Ora che per un marito hai lasciato Milano e trovato il coraggio di tornare nella tua odiata città di provincia, hai due bambini con i tuo occhi e la tua bocca, è come se non fossi mai stata in questa piccola casa sulla metropolitana di una grande città. Non sapranno mai di noi, a me fa male, il resto di Milano invece se ne frega!

Ma oggi è il mio compleanno e non so perché ho sognato che saresti entrata da quella porta come ogni giorno e tu invece non l’hai fatto, allora sono caduta sulle ginocchia, ma è stato solo un attimo.

E’ stato solo un attimo.

SANDRO ABRUZZESE

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