ETERNI RITORNI

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C’è un cordone ombelicale che ci tiene legati ai paesi dove siamo nati. Come un elastico che prima ci fa schizzare via e poi ci costringe a tornare. E così in eterno. Da venti anni non faccio che subire la forza dell’eterno ritorno. Ed è questa ripetizione entusiastica la caratteristica principale dei miei eterni ritorni.
Proverò a raccontarveli, per un po’, qui su Racconti Viandanti. Voi ricambiate con un sorriso circonfuso di luce, come quello che colse il pastore di Nietzsche quando, all’improvviso, un giorno s’avvide della bellezza dell’eterno ritorno.

GIOVANNA IORIO

Uomini con gli stivali e gatti senza stivali

C’è gente che sogna di morire dolcemente, magari nel sonno, per colpa di una silenziosa esalazione velenosa. Io credo che i miei genitori siano quel tipo di persone.
Ma la storia che voglio raccontarvi comincia tanti anni fa, in una freddissima sera d’inverno. C’era mezzo metro di neve nel mio paese. Era isolato, senza elettricità e mia madre aveva messo il braciere di carboni ardenti nella camera da letto, per riscaldarla. Quando salimmo al piano di sopra, ci preparammo a dormire tutti nella stessa stanza: io, mio fratello e i miei genitori. Ci addormentammo quasi subito, respirando anidride carbonica. Prima però mia madre ci fece recitare la preghiera dell’angelo di dio. E fuori, nel nero, nevicava.
Dopo qualche ora mio padre si svegliò: qualcuno si lamentava nel sonno. Era mia madre, e noi respiravamo a fatica. Non si sa come, ma riuscì a tirarsi su e a strisciare fino al balcone. Lo aprì, vomitò e chiamò aiuto.
Nonostante la neve, in quell’istante, sotto casa nostra passeggiavano due uomini. Videro mio padre sul balcone, capirono che stava succedendo qualcosa di grave e buttarono giù la porta a spallate. Vennero a salvarci, giusto in tempo. Io ero viola, mio fratello arancione.
Quando mio padre ci racconta questa storia, i nostri soccorritori li chiama” gli angeli “. E questo spiega perché, secondo me, gli angeli indossano grossi stivali di gomma e se ne vanno in giro di notte nelle tormente di neve.
Ricordo che mia madre indossava una vestaglia di ciniglia color glicine, anche lei sembrava un angelo. Era così giovane. Quando la presero in braccio per portarla in un’altra stanza i pon pon di piuma continuarono a oscillare per un po’. Era pallida e bellissima. Persino i due angeli rimasero a guardarla incantati fino a quando anche lei vomitò e fu fuori pericolo.

Sono passati più di trent’anni e i miei genitori ci riprovano. Questa volta con il CH4, il gas metano. Lo scorso aprile sono andata a trovarli con tutta la famiglia. Sono costretta dalla follia dei miei vicini di casa, qui a Roma, a chiedere rifugio per i nostri gatti. Si tratta di una storia penosa e incredibile: mi minacciano con una denuncia perché le nostre due gatte nere (adottate nel rifugio di randagi di Torre Argentina) disturbano la quiete condominiale.
Dopo aver tentato la mediazione, mi sono trovata di fronte a un muro; avrei voluto abbatterlo a picconate (trattandosi di muro ottuso e insensibile) ma ho dovuto aggirarlo. In altre parole: per il benessere dei nostri gatti (e anche per paura che potessero avvelenarli in nostra assenza) decidiamo di portarli al Sud, “dai nonni”!

Appena apro la porta della casa dei nonni, però, avverto un fortissimo odore di gas. La reazione dei miei genitori è di fastidio: nipoti rumorosi, due gatti neri, una gigantesca confezione di cibo in scatola (e quando mio padre la vede mi chiede: gli avanzi non li mangiano i gatti di Roma?). Avere un gas in fuga per casa non sembra essere grave quanto l’arrivo di due gatti romani.
Decido di telefonare all’Italgas; i tecnici arrivano nel giro di pochi minuti, è sabato, sono meticolosi, verificano tutto ed è subito fuga conclamata di metano. Per sicurezza mettono i sigilli al contatore. Restiamo senza gas per tutto il sabato e la domenica. Le scatolette di carne garantiscono cena e pranzo ai gatti. Panini e due maglioni per tutti gli altri.
Il tecnico, Antonio, mi promette di tornare a riparare il guasto per prima cosa il lunedì mattina. Noi ce ne torniamo a Roma domenica pomeriggio, mia madre ci saluta disorientata sulla porta di casa, con i gatti in braccio. Ho il cuore talmente scuro che comincia a piovere.
Poi tutto si aggiusta. Il bravo Antonio, di Italgas, mi telefona il giorno dopo e dice: “Fatto, i suoi genitori sono sani e salvi! E pure i gatti… Sua madre mi ha raccontato. Mi permetto di dirle che i suoi vicini di casa sono una schifezza.”
Ringrazio, riaggancio e sospiro. Rifletto sul senso di questo ennesimo “ritorno”.
Il gas, la casa dei miei genitori, i gatti neri. Mi rendo improvvisamente conto che l’odio dei miei vicini di casa per i miei gatti ha salvato i miei genitori. Per la seconda volta sono scampati all’esalazione di un gas. E anche gli angeli ritornano, se ne vanno in giro in coppia. Nella neve bianca, due uomini. Nel condominio, due gatti. Con gli stivali. Senza stivali.

GIOVANNA IORIO

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