LETTERE SETTENTRIONALI 14

Pasquale, mio padre, è venuto a Rovereto che teneva sui trent’anni. All’inizio portava solo arance e limoni tre volte a settimana. Mamma si lamentava che non ci stava mai. Adesso Rosarno lo conoscono tutti perché abbiamo cacciato i neri dopo la crisi agricola di qualche anno fa, ma quando gli hanno ucciso il fratello, a mio padre, con tre colpi alla schiena nella campagna di Rizziconi, in Italia si parlava d’altro.

Quando succedono i fatti di cronaca nera a Gioia Tauro, Lamezia Terme, nella locride, i telegiornali non lo dicono nemmeno più, allora qui la gente capisce che è tutto normale, e noi abbiamo le arance, i limoni, il mare e i morti ammazzati proprio come altrove hanno le fabbriche, le banche o le stazioni sciistiche. Papà sostiene che il diritto l’hanno inventato i romani, ma che perde consistenza man mano che scende per la penisola, e da noi diventa folklore. Sostiene che le persone voglioni i fatti, gli esempi, non le chiacchiere. E a Gioia Tauro lo Stato chiacchiera mentre le imprese criminali fanno i fatti. Così dice.

Perciò Pasquale ha scelto il posto più lontano da Gioia. Viviamo in trentino e abbiamo un bel camion di roba fresca all’uscita dell’autostrada. Non ci manca niente, tranne i mei cugini di Rosarno e la piana del golfo.

Quanto a me, ho perso due anni all’istituto professionale per il commercio, vendo la frutta, ho i soldi in tasca e ancora diciassette anni. Per adesso di pomeriggio guardo d-max, history e discovery channel e gioco alla play. Insomma non mi lamento.

Lo so che sono ancora un ragazzo e non ho nemmeno un diploma. Ma di questi diciassette anni senza leggere molto, ho capito che la vita più che altro è una questione d’abitudine. E che si è abituata mia madre quando papà stava sempre sul camion, e mi sono abituato io quando mi hanno bocciato la seconda volta.
Funziona così, la volta successiva ogni cosa fa meno male della precedente.
Secondo me la gente si abitua, e così i calabresi hanno l’emigrazione, i morti ammazzati, la disoccupazione e i trentini lavorano, spendono e si fanno i cazzi loro e magari capiterà lo stesso a Mosca oppure in Brasile.

Ci si abitua a tutto, dicevo. Però mio padre al collo porta la catenina con la foto del fratello e dovreste vedere la sua faccia quando bestemmia col nome di mio zio tra i denti.

Allora mi sono detto che la gente non si abitua proprio a tutto. Anzi, a volte si finisce per abituarsi a non dimenticare.

Magari mi sbaglio ma per come sono andate le cose nella mia famiglia, a me è venuto da pensare che per mio padre sia più difficile dimenticare l’ingiustizia che non mio zio. Un po’ come la fiaccola eterna in una storia che leggevamo a scuola, l’ingiustizia è la fiamma e Pasquale, lentamente, si è abituato a bruciare, e a non dimenticare.

SANDRO ABRUZZESE

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