LETTERE SETTENTRIONALI 13

Mi hai lasciato il tuo tozzo di pane come in quel racconto di Salamov, solo che io avevo fame e l’ho mangiato e invece nel libro il protagonista resiste, fiero, alla tentazione. Quel pane era tuo, sapevo non ne avevi altro, ma non sono riuscito a trattenermi. Tutto qua!

Non è la prima volta che vengo meno a una promessa e non sono stato mai un fautore della coerenza a oltranza.
Ho barato più volte, barattato il mio voto per una carica da qualche centinaio di euro, mentito, rubato cose da poco, giurato e promesso con parole volutamente spergiure.

Proprio tu che hai dedicato una vita alla nostra vita. Mi ostinavo a chiedere consiglio agli altri che non sapevano cosa significasse averti, e finivano per edificare cantieri di parole vuote, che non erano le nostre.

Per capire il sogno ho avuto bisogno di svegliarmi.

Poi questa mia natura pavida, a cui tu hai sempre attribuito più valore di quello che in realtà avesse.

E ora che sto in quarantena, lontano da tutto, mi sento fatto per amare solo una donna, non certo per occuparmi del mio lavoro qualsiasi. Il tempo è passato e ho scoperto che l’uomo è fatto per amare, e io invece per grossa parte delle mie giornate dirigo un cantiere e quando smetto dormo.

Intorno a me è comparsa come la peste, che una volta era il tuo romanzo preferito. E pure io come i suoi protagonisti avverto la profonda sofferenza di tutti i prigionieri e di tutti gli esiliati, che è vivere con una memoria che non serve a nulla.

L’unica cosa, Adele, ho smesso di compiacere il prossimo e un po’ come quel personaggio del film di Sorrentino ho capito che non avevo più tempo per fare cose che non mi va di fare.
E il tempo per alcuni è una parabola, per altri un’occasione, per me è stata la clessidra di un conto alla rovescia in cui il risultato era palese fin dall’inizio: il banco vince sempre e Antonio Menna perde un’altra volta. Ecco tutto!

Sai, Genova non è Caserta e a casa avevo il mondo, mentre qua mi accontento del mare e qualche volta di una puttana gentile che quando ho bisogno mi da un orgasmo falso e un abbraccio vero.

Da poco riesco perfino a sorridere della mia sorte, avevi il vezzo di osservarmi con quell’espressione indulgente che ti solcava un po’ le guance. Probabilmente non sei nemmeno più la stessa donna che impazziva per la torta sacher, i massaggi alle caviglie, i dolci con la crema gialla e “chi l’ha visto?”.

Lasciarti è stata un’infamia, ma non la più grande:
non ho capito che la vita stava scorrendo, ho rinunciato ad amare e smesso di cercare le parole che non riuscivo a pronunciare, ho continuato a pronunciarne altre, nel tentativo di dare voce a cose per cui non servono parole…
…la mancanza di fiducia ha sancito il resto.

Pure questo esercizio sterile di contarsi le sconfitte, gli abbagli, lo avresti preso con la solita indulgenza, finendo col trovare un senso a un’altra forma qualsiasi del mio egocentrismo.

Il tempo è passato, ho smarrito anche la speranza e non c’entra la fortuna.

Oggi posso dire che la mia più grande infamia è stata la mancanza di fiducia.
Il resto è solo conseguenza.

SANDRO ABRUZZESE

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