LETTERE SETTENTRIONALI 12

Nella vita la fortuna arriva quando meno te l’aspetti. Finchè l’ho aspettata non è arrivata.
Quando ho smesso sono stato assunto come ingegnere meccanico in una ditta di Napoli che appaltava il nostro servizio a una tra le più grandi aziende petrolifere italiane.
Da allora vado e vengo. Parto, ma poi torno.
Faccio ventotto giorni di lavoro su una piattaforma nel golfo di Guinea e ventotto di ferie.

Lavoro in un Paese ricchissimo, dove la gente è molto povera. Fin qui niente di nuovo, se non fosse che quando la vedi, la povertà fa un altro effetto. Almeno a me si chiude lo stomaco.

La paga è buona, anche se risponde a una logica sua, come tutto il resto: un indigeno vale venti euro al giorno, un italiano in appalto centocinquanta, un italiano da azienda principale trecento, un francese e un tedesco circa quattrocento. Ah! dimenticavo i sommozzatori a ottocento euro al giorno, però si ficcano completamente nel mare di petrolio e non deve essere una bella sensazione.

Ognuno ha un prezzo, e l’ordine comune è che quando sorgono problemi in piattaforma, il petrolio va sversato in mare. Poco dopo arrivano gli elicotteri del governo e scattano le foto per trattare il risarcimento, cosicché la storia affoga due volte: nell’oceano, e nelle tasche della classe dirigente.

Per fortuna, appena arrivato, James mi ha preso in simpatia ed è diventato il mio angelo custode. Mi ha evitato il pesce della mensa, le malattie delle prostitute, gli sguardi minacciosi dei passanti sbagliati. Per via dei racconti di alcuni parenti vissuti ad Afragola lui è convinto che i napoletani siano anche un po’ africani. Gli ho risposto che non è l’unico a esserne convinto. All’inizio mi ero pure offeso, deve essersene accorto perché una volta in mensa quasi a bruciapelo ha pronunciato più o meno queste parole:

“Chi è più povero non è meno degno, e avere altri valori a volte può voler dire essere meno vili. Ci sono molte cose per cui preferirei morire piuttosto che vivere. Un uomo si giudica anche da questo: da quanti motivi ha per vivere, e quanti per morire”, e non c’è stato bisogno di aggiungere altro.

Penso spesso alle parole di James e presto ho capito cosa intendesse. Forse lui considera la mia una civiltà arresa. Una civiltà che ha sostituito lo spirito con le merci e il crocifisso col bancomat. E pure io, venuto qui con la mia presunzione per guadagnare dei soldi vedendo cose che non si possono raccontare, non devo sembrargli chissà cosa.

Magari voleva dire solo che questo è un golfo dannato come il mio. E i sorrisi e gli occhi neri delle donne e dei bambini meridionali sono simili alle sue donne e ai suoi bambini e ai loro sorrisi. Che abbiamo la stessa luce, il chiasso, quella vicinanza rumorosa di chi non sa declinare la vita in altro modo che entrando nella tua. E sappiamo essere fatalisti, scaltri, ma anche prossimi.

L’ironia ha voluto che anche in questo golfo inghiottissi bocconi amari e adesso credo possa bastare, non è facile essere complice di ciò che si disprezza:

cercherò motivi per vivere, e cercherò pure motivi per cui non valga la pena tacere.

“Un uomo si giudica anche da questo: da quanti motivi ha per vivere, e quanti per morire”.

P.S.
Il nonno di James insegnava ai bambini come arrampicarsi sugli alberi quando si imbattevano per caso negli europei. Lui e i suoi amici avevano imparato a temere i bianchi fin da piccoli. Invece io ho iniziato a temerli da poco. Da quando mi sento napoletano e un po’ più africano.

Fra un po’ rientro…però non so se torno.

SANDRO ABRUZZESE

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