LETTERE SETTENTRIONALI 11

Quando ero piccola la mia migliore amica si chiamava Greta. Ero asfissiata dalla voglia della sua attenzione.
Mi ci sono voluti anni per dirmi che amavo le donne. Che mettermi al livello dei maschi era un modo per rivaleggiare con loro per conquistarle.

Ovvio che ho provato prima con gli uomini. E più che l’aspetto fisico mi scoraggiava l’assillo di fargli pure da mamma. Sembravano fatti in serie: juventini, egoisti, logorroici che Narciso a confronto lavorava per la croce rossa internazionale.

Questo è avvenuto solo alle superiori. Al liceo statale di Foggia negli anni ’90 non c’era molto spazio per l’amore al femminile. Per questo sono partita. Tutti dicevano che a Milano era un’altra cosa, che al Nord c’era la società evoluta, e all’inizio non nego di aver provato una inebriante sensazione di liberazione.
Intendo dire che anche a casa mia sull’argomento ci si esprimeva con termini quali “ricchione” e “frocio”.

Ora l’hinterland milanese è la mia seconda casa. Tuttavia ero fuggita perchè mi sentivo oppressa e discriminata e qui ho scoperto che alcuni gruppi di lesbiche odiano gli uomini, altre disprezzano finanche i gay, e piano piano mi sono ritrovata adulta, un po’ delusa e un’altra volta sola.

Insomma, da ragazza ero sola perché non potevo uscire allo scoperto, e da adulta perché sono uscita troppo allo scoperto.

Nel frattempo ho trovato il coraggio di fare outing, come dicono oggi. E’ stata meno dura di quanto immaginassi. A tal punto che ora mio padre propone continui inviti assillanti alla mia Marika:

andiamo a mangiare il pesce a Manfredonia, facciamo il giro del Gargano fino a Pugnochiuso, vi porto alle Tremiti che so meglio delle Hawaii -, dice.
Parla di un’associazione culturale che a sentirlo Foggia è diventata meglio di San Francisco.

Io penso che a settant’anni mio padre, l’uomo che amo più di me stessa, senta la vita che gli scorre davanti e se ne fotta di tutto il resto. Che se va bene vivrà altri dieci, quindici anni e vorrebbe passarli il più possibile con le persone che ama. A settant’anni molte persone si staccano dalle cose, guariscono dall’illusione dell’eternità e quando va bene iniziano a dubitare pure dell’al di là.

Lui ha capito che bisogna guardare l’essenziale e lasciare a chi ha più tempo i distinguo. Non so come spiegarlo quello che ho vissuto con mio padre. A volte, quando parla di politica, mi sembra addirittura che non voti più nemmeno Forza Italia.
Ora che ci penso saranno anni che non lo sento parlare di Berlusconi, lui che in Puglia ha fondato uno dei primi clubs della nuova speranza degli italiani.

un milione di posti di lavoro -, continuava a ripetermi, – quello coi soldi ci sa fare, altro che i comunisti -.

E adesso invece ha spento la tv e legge Magrelli, vive la natura, poi sabato e domenica in barca, o a funghi alla Foresta Umbra. Da qualche parte ha letto che la Storia emette i propri inesorabili giudizi ogni vent’anni, che manca poco, e il resto sono solo chiacchiere. Ha letto non so dove che quando noi non ci saremo più, ancora per secoli ci saranno il Gargano, il mare, la Foresta Umbra. Per sfotterlo gli rispondo che forse ci sarà pure Berlusconi, però lo trovo un romanzo di formazione dignitoso il suo, per uno che nella vita ha fatto sempre e solo il ragioniere.

P. S.
Quasi dimenticavo, sono Marianna e lavoro allo sportello immigrati di Monza, in Brianza. Loro parlano africano, rumeno, spagnolo, e io mezzo milanese e mezzo foggiano… ci capiamo alla grande!!!

SANDRO ABRUZZESE

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