MARMELLATA DI LUCCIOLE (10)

foto Giovanna Iorio

foto Giovanna Iorio

La stanza dove abito ora

Torno da lavoro ridotta in poltiglia proprio come una delle albicocche Mammanatura. Mi tolgo la buccia arancione, il camice appiccicoso è diventato la mia seconda pelle e me ne torno a casa.
È una stanza di pochi metri quadrati, lunga come un corridoio e una finestra che per aprirla devo usare l’apriscatole. La mia camera si affaccia su un giardino spelacchiato con un albero di albicocche. Si, albicocche anche qui! Deve essere terrorizzato dai fumi della fabbrica e forse odia anche me perché quando apro comincia a frusciare incazzato.
(SQUILLA IL TELEFONO)
Stavo per aggiungere che mi hanno appena collegato il telefono. Mia madre ha voluto che lo facessi subito. Ha fatto lei la richiesta al 187.
Il telefono ha cominciato a squillare mentre con la mano annegata in quel pozzo che è la mia borsa cercavo disperatamente la chiave.
Era mia madre. Mi ha chiesto come va? Hai bisogno di qualcosa? Tutto bene mamma, tutto bene.
Il ragazzo biondo mi ha dato un passaggio fino a casa. Gabriele. Ha cominciato a lavorare in fabbrica un giorno prima di me ma sa già tutto.
E’ simpatico. Ha un sorriso splendido. Gli si apre al centro del viso, come un fiore tra le crepe di un muro. Forse lo metto nella mia collezione, però non lo so. Non sono ancora riuscita a socializzare con gli altri del settore Poltiglia. Lo chiamiamo così il nostro reparto. Mi faccio una doccia. Devo stare attenta a non farmi finire l’acqua nelle orecchie. Prima di partire sono stata tutta la notte a pensare se era il caso di portarmi dietro anche la spugna per la doccia: il delfino irrequieto. Alla fine non sono riuscita a metterlo in valigia e così l’ho lasciato a casa. Sono andata all’Upim e ho comprato una spugna coccodrillo. Si comporta abbastanza bene, devo dire.

(SQUILLA DI NUOVO IL TELEFONO)

Mia madre deve averlo detto a tutti che ora ho il telefono. Grazie mamma!
Senza di lei a farmi da filtro gli squilli del telefono mi si conficcano nei timpani come frecce.
– Ciao! Ero sotto la doccia. Ho appena finito il turno.
Va bene, sto abbastanza bene. Non ho smesso di scrivere il mio libro. Ho un quintale di carta moschicida come sempre. Si mi trovo bene nell’appartamento. Sembra un barattolo. Si, ho imparato a fare la marmellata.

Prima di dormire

La stanchezza mi chiude le palpebre. Ci provo a scrivere ma vago nel buio della memoria più buia. Addosso resta l’odore della marmellata, anche dopo la doccia. Ho paura che impregnerà persino queste memorie.

Flap flap flap

Mi sono addormentata con la testa sul tavolo della cucina accanto al piatto. Ho cominciato a sognare. L’albero in giardino si agita come la mano di un camionista.

Incarti rossi

I miei se ne stanno davanti alla TV proprio come allora, i gomiti conficcati nella corteccia levigata del tavolo, le palpebre pesanti, l’alito che sa di fumo e di sogni.

Da bambina mettevo l’orecchio sul tavolo della cucina. Le voci del televisore si mettevano a vibrare nelle fibre del legno. Senza linfa, senza foglie, senza frutti. Mi raggiungevano insieme ai ricordi dell’albero.

Arriva la TV a colori, evviva!

Avevamo i cuori a spasso per l’emozione. Mio padre li acciuffò e li fece star fermi. Ci sedemmo, lui prese il telecomando della situazione e accese il televisore nuovo. I colori esplosero sullo schermo come farfalle.

Da quella non ci fu più bisogno di colorare le immagini con gli incarti delle caramelle Rossana.
Io e mio fratello ce le mettevamo davanti agli occhi e tutto diventava rosso. Funzionava così: in bocca si scioglieva la caramella alla crema. Poi mettevamo l’incarto rosso davanti a un occhio. Sullo schermo i volti in bianco e nero arrossivano. Regalavano il pudore a donnicciole sfacciate, ai John Wayne dall’espressione truce, ai bambini incompresi e moribondi, a distese di mare grigio, ad alberi spenti. Il rosso ricopriva la vita in bianco e nero di uno schermo.
Una sera ho giurato e spergiurato di aver visto colorarsi le immagini e non avevo la carta rossa davanti agli occhi! Capitò all’improvviso. Ma nessuno volle credermi e così anch’io, dopo un po’, ho smesso di crederlo.
Io non guardo mai la televisione. Ho la radio. Ora canticchia in un angolo della stanza, senza riguardo per la mia creatività.


Uno strano sogno

Quel ragazzo biondo, Gabriele, mi viene incontro nel parcheggio della fabbrica. Il sole sta sorgendo e lui se ne sta tra i barattoli di vetro. Scintilla anche lui. Mi sono voltata per mandargli un bacio sulla punta delle dita ma era buio. Le sirene avvisano che è ora di entrare in fabbrica. Io devo timbrare il tesserino. Ma io non ce l’ho. Allora Gabriele arriva per farmi una foto. Mi sistema i capelli, sono ricci e non vogliono stare fermi. Allora lui mi pettina i capelli, con cura, come se fossi la sua bambina smarrita.

FINE

Il saluto di Giovanna Iorio

LO STRANO CASO DEL MANOSCRITTO VIANDANTE

foto G. Iorio

foto G. Iorio

Quello che avete letto è l’ultimo pezzo del mio romanzo Marmellata di Lucciole. Il resto lo lascerò nel cassetto a fare flap flap flap ancora un po’. Da una parte mi dispiace smettere; la mia domenica è stata più bella grazie a voi. E, infatti, cos’è uno scrittore senza lettori? E un libro mai letto non esiste. “Marmellata di lucciole” esiste grazie a voi. Il merito è tutto di Sandro Abruzzese, che mi ha aperto questo suo barattolo scintillante, il blog Racconti Viandanti. Qui dentro la mia marmellata si è subito sentita a casa, e sono tornate vive le lucciole.

Prima di salutarvi vorrei raccontare lo strano caso del manoscritto “viandante”, Marmellata di Lucciole. Ho scritto questo libro quando avevo 24 anni. La mia vita ribolliva, scrivevo di notte, di giorno. Scrivevo sempre. Quando ho messo la parola FINE al manoscritto, ne ho stampato dieci copie e le ho mandate alle case editrici. Buste gialle; raccomandate con ricevuta di ritorno. Le ricevute di ritorno facevano il loro dovere: tornavano nella cassetta della posta, a casa dei miei genitori, come piccioni viaggiatori ammaestrati. Nel frattempo, però, avevo preso il volo. Me ne andai all’estero dopo aver vinto una borsa di studio ministeriale. E così la telefonata dalla Mondadori la prese mio padre. Non annotò né il nome della persona che mi aveva cercato, né un recapito. A dire il vero se ne dimenticò completamente. Poi un giorno all’improvviso se ne ricordò e mi disse:

“Giovanna, ti ha telefonato un certo Montatore da Milano. Un po’ di tempo fa”.

Erano passati mesi. Dopo vari tentativi e segreterie telefoniche, riuscii a parlare con un essere umano. Mi dissero che la persona che mi aveva telefonato si era ingessata una gamba ed era fuori dall’ufficio. Dissero che il mio romanzo era piaciuto, ma che avevo ottenuto il 70 per cento dei consensi per la pubblicazione e per un autore emergente si doveva essere d’accordo all’unanimità. Per dare al romanzo un’altra possibilità, qualcuno aveva suggerito di inviarlo alla sezione Narrativa per ragazzi, però non era stato ritenuto adatto ad un pubblico di adolescenti. Quindi, grazie e buona fortuna. Che dire, io ero già abbastanza soddisfatta di aver ricevuto una telefonata dal fantomatico Sig. Montatore. Qualche mese dopo accadde un altro fatto insolito. Ricevetti la telefonata di un attore da Milano. Disse che aveva una storia incredibile da raccontarmi, se avevo qualche minuto a disposizione. Era il famoso attore tal dei tali (disse nome e cognome ma io non me lo ricordo. Ne approfitto per un appello: Se un giorno ti capitasse di leggere questa storia, gradirei sapere come ti chiamavi perché me lo sono dimenticato!). In breve mi raccontò che una sera, mentre a piedi si recava ad una festa molto noiosa a Milano, (per la quale aveva dovuto indossare una giacca marrone e una cravatta gialla) aveva notato una strana “marmellata di lucciole” e si era fermato a raccogliere dei fogli dalla… spazzatura. “Non ti offendi mica, vero? ” mi disse, “credo che lo abbia buttato via una casa editrice… È il tuo romanzo?”. Parlammo un bel po’. Lui era sempre alla ricerca di testi teatrali, voleva che gli scrivessi un monologo. Mi sembrava surreale. Gli dissi di si, ma ben presto me ne dimenticai. E lui non chiamò mai più.

Nel frattempo avevo inviato alcuni brani del romanzo qua e là, a vari concorsi. Il pezzo “La mia stanza”, venne ulteriormente spezzettato e incluso nella antologia “Quello che ho da dirvi” a cura di Mozzi e Caliceti, edita da Einaudi. Continuai a sperare di vederlo pubblicato flap flap flap e lo chiusi in un cassetto. Di tanto in tanto qualcuno lo leggeva: amici, conoscenti, altri scrittori.

Ricordo tutti i lettori del mio romanzo a pezzettoni. Sono tutte persone speciali, con una storia originale che potrebbe diventare l’oggetto di un altro romanzo: I lettori della Marmellata di Lucciole. Ora quella lista si allunga e ci siete anche voi. Vi ringrazio di cuore. Ecco, credo di aver finito. In realtà non vi ho rivelato tutto; bisogna sempre lasciare le cose sul più bello. I romanzi imparano dalla vita, e la vita non è altro che un interminabile Racconto Viandante. Grazie Sandro Abruzzese, e grazie Franco Arminio che ci ha fatto incontrare. A presto.

GIOVANNA IORIO

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