LETTERE SETTENTRIONALI 10

Caro Angelantonio Morra,
scrivo per ricordare i tuoi misfatti. Mi auguro che tu non riposi mai più sonni tranquilli e che i tuoi figli possano fare un giorno, sotto i tuoi occhi, la fine che impunemente mi hai destinato in un giorno di festa.
Non ti ricordi eh? Mi prendeste all’improvviso una mattina tra natale e capodanno, e siccome opponevo resistenza con tutto ciò che il mio corpo consentisse, eravate almeno in quattro uomini adulti contro un essere inerme.
Dopo avermi immobilizzato e attaccato nudo a testa in su, tuo cognato Vincenzo Flammia prese un grosso coltello affilato e passò la lama con decisione sulle mie giugulari. I fiotti di sangue scorrevano imperterriti.
Io soffrivo come un cane e il dolore ottundeva la vista, la disperazione ovattava l’udito. Strillavo con tutta l’energia che avevo dentro e giuro su dio che non avevo mai provato tanto dolore e tanta angoscia come quella che mi infliggeste quel giorno maledetto. Non avevo immaginato l’inferno più lungo e cattivo.

Riuscii a stento a vedere Vincenzo Flammia con la testa reclinata sotto le mie membra. In mano aveva un enorme catino in cui affluiva copioso il mio sangue. Il supplizio raggiunse l’apice quando capii che mi si dava quella fine barbara con l’intento di raccogliere il mio sangue caldo. Credo che l’inesausta sofferenza aumentasse non per le indicibili pene subite, piuttosto perché credevo di meritare una morte più umana.

Non sono mai stata una creatura ambiziosa e d’altronde sapevo che non avrei vissuto a lungo, tuttavia sarebbe bastato un colpo di pistola in testa per avere più o meno lo stesso risultato. Ciò mi indigna profondamente, mi spinge a impugnare la penna per scrivere,e il modo ancor m’offende.

Pregavo arrivasse la fine, caro Angelantonio, ma il supplizio, quel golgota improvvisato in mezzo alla masseria, fu interminabile. E quella cretina di tua moglie non ebbe nemmeno la decenza di portare i bambini da qualche altra parte. Lei dissimulava la tensione cercando di convincere i piccoli che non avevo sentimenti. Povera Maria D’Ambrosio, spergiura contro l’evidenza. I tuoi figli piansero disperati e almeno quel giorno digiunarono per l’impressione suscitata. Che scelleratezza.

Avevate invitato molti parenti a festeggiare sulla mia tremenda agonia. Il banchetto prendeva tutta la sala a piano terra e il vino colava più o meno come il mio sangue. Come eri felice! Ti sentivi un uomo.
Però i tuoi bambini avranno sognato le mie urla per notti intere. Tra le dita delle mani osservavano il mio corpo dimenarsi strenuamente fino all’ultimo soffio.

Mi consola che tutto questo sia cessato dopo qualche anno. Che i ragazzi abbiano preso un’altra strada e un po’ si vergognassero di te. Che tu sia rimasto solo in mezzo a quella merdosa campagna. Mi rinfranca la morte di quella stupida di tua moglie, che ogni tanto nella stalla si faceva toccare dallo stagionale che ti aiutava nella vendemmia. Una così, che attraversa la strada di notte, senza alcuna precauzione, non merita compassione.

Più di tutto mi appaga che i tuoi figli dopo l’università abbiano scelto di andarsene a Monza. Così li vedi solo due volte l’anno e il resto dei tuoi giorni li passi solo come meriti, a ricordare quando ti sentivi utile a qualcosa e invece eri un carnefice.

Lasciamo stare Angelantonio, riuscirei quasi a perdonarti se non fosse per il fatto che mi facesti urlare talmente tanto che sicuramente capirono pure i miei fratelli. Cosicché vissero il resto dei loro giorni nel terrore, e le urla che non seppi trattenere svelarono loro che il diavolo esiste, e ha riservato loro la spietata fine che prima o poi avrebbero scoperto.

P. S.
Lasciamo stare i tuoi figli, che non hanno alcuna colpa.
Ricorda che non sei mai stato un uomo!

Il tuo porco.

SANDRO ABRUZZESE

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