MARMELLATA DI LUCCIOLE (9)

guanti gialli JPG

La fabbrica di marmellata

Sono partita alle sette di venerdì mattina in treno. Mi hanno preso a lavorare in una fabbrica. È la prima volta che qualcuno mi risponde: quaranta operai anche prima esperienza presentarsi subito. E io mi sono presentata. Una donna paradossale con gli occhi di lepre e gli occhiali di tartaruga mi ha fatto alcune domande: da dove viene, quanti anni ha, è il suo primo lavoro in fabbrica. Ma soprattutto cosa ne pensa della marmellata Mammanatura?
La marmellata Mammanatura è un orribile impasto appiccicoso che mai e poi mai mi sognerei di spalmare su qualcosa di commestibile. Con uno dei miei sorrisi falsi della collezione le ho risposto che, a dire il vero, mia madre mi ha allevata con la marmellata Mammanatura. Ed è per questo motivo che sono venuta su così come mi vede. Deve averlo preso per un complimento. Allora mi ha fatto un grande sorriso color terra di francia arata di fresco (ha usato il lipstick che si applica con il pennello. Oh no! Ha il rossetto sugli incisivi, io non lo sopporto il rossetto sui denti, non lo sopporto). Poi i denti sporgenti hanno inciampato nel labbro superiore e, tentando un sorriso mi ha detto: bene Angela, comincia il lavoro domani.

Ai miei genitori.

E non fate quella faccia, non sto mica andando alla forca. E poi è solo per un po’, fino a quando non trovo di meglio. Lo sapete che presto ci sarà il concorso a cattedra per le scuole superiori. E si sblocca la situazione alle scuole elementari. Faccio il dottorato di ricerca a Salerno con il professore che mi vuole tanto bene. E poi scrivo un libro. Insomma nel giro di qualche anno la mia vita andrà a mille all’ora. Ci sto solo per qualche mese, mi farà bene, non smetterò di studiare. Non si muore a ficcare un po’ di poltiglia nei vasetti di vetro con l’etichetta Mammanatura. E, tra un turno e l’altro, curo il flap flap flap. Poi scrivo. Porto i miei libri. Ho messo in valigia anche la carta moschicida.

Dentro la fabbrica.

Ci sono migliaia di vasetti di vetro nel parcheggio. Scintillano al mio ingresso e all’uscita. E’ sempre l’alba o il tramonto quando finisco il turno. La montagna di vetro scintilla da lontano. La nostra tuta è arancione. Non è ridicolo? Il colore delle albicocche. Vittime e carnefici: lo stesso colore. Scendo dall’auto. Entro in fabbrica. I vasetti smettono di scintillare.

Prima di scendere dalla macchina mi aggiusto un po’ i capelli e passo il rossetto sulle labbra. A quest’ora è difficile guardarsi allo specchio. Non sai mai chi ci puoi vedere. E se non la riconosci quella che ti fissa con la faccia stravolta, che fai? Dimmi che fai?

Alle sei sono già davanti alle macchine. Quella stronza di una sirena! Mi viene in mente Ulisse. Come se la cavava senza tappi alle orecchie lui? Ah già, si è fatto legare all’albero della nave. A me le mani servono per lavorare. Tutti smettono di parlare. Comincia il primo giorno di marmellata. Ho sotto gli occhi la vasca dei frutti semi marciti, semi decomposti. E’ un mare-magma; tra le onde galleggia l’odore denso dello zucchero fermentato.
Un tipo, un ragazzo biondo che manovra il carrello e volteggia sulla mia testa come un essere alato, ha notato la mia faccia quando ho scoperto la vasca con i frutti. Si è avvicinato per sussurrarmi dei consigli.

Sento il rumore delle macchine e il flap flap flap aumenta. Diventa assordante.

LUI: Non fissare la vasca. Non avvicinarti al bordo o ci finisci dentro, come un’albicocca e fidati, nessuno qui si tufferebbe per salvarti. Non si ferma la produzione.

Mentre m’incanto a guardare un robot che riempie, richiude, ripone, i vasetti sul nastro penso al viaggio della marmellata Mammanatura: verso il sigillo di garanzia, i furgoni, gli scaffali, le fette di pane, i denti, gli esofagi, gli intestini tenue e crasso, i tubi, le fogne, il mare. Mentre osservo impotente tutto questo mi viene in mente che l’enorme pappa ribolle proprio come una cloaca e che da due giorni per via del cambiamento d’aria non vado di corpo.

LUI: Ah, dimenticavo! Io mi chiamo Gabriele.
ANGELA: Ciao, io sono Angela.
LUI: Vuoi i tappi per le orecchie?
LEI: Oh si!

Sto per raccontargli del mio flap flap flap ma i rumori delle macchine sommergono la mia voce, e i tappi sommergono i rumori delle macchine, e la voce di Gabriele sommerge me. Buona giornata!

Il flap flap flap finalmente scompare. Lo sento di nuovo soltanto quando esco dal capannone, dopo il turno. Un bel venticello fresco entra a farsi un giro nei miei timpani. Solo allora ritorna più forte che mai

flap flap flap

Sto facendo la cura che mi ha prescritto l’otorino. Mi ha detto prendere le medicine fino a scomparsa del sintomo. Quando entro in fabbrica devo ficcare la testa in una cuffia. Ci metto un secolo a farci entrare i capelli, i pensieri e il flap flap flap. Prima di cominciare dobbiamo indossare anche i guanti. Per otto ore ho le mani infilate nel lattice di gomma. È una sensazione strana. Toccare la polpa delle albicocche con dita di gomma. Posso ficcare le dita nella polpa senza emozionarmi. Avverto soltanto il freddo delle albicocche sui miei polpastrelli privi di impronte digitali. La marmellata scorre nei tubi d’acciaio sopra la mia testa, poi esce a fiotti da rubinetti automatici. I vasetti di vetro vengono sterilizzati e mandati sul nastro. Vanno incontro alla cascata di albicocche ridotte in poltiglia. Io mi occupo della selezione. Seleziona. Tasta. Scarta. Metti sul nastro. E non andare per il sottile.

GIOVANNA IORIO

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