Marmellata di lucciole (7)

foto Giovanna Iorio

foto Giovanna Iorio

Gli acari

La mia stanza è piena di polvere; ma non importa, non sono allergica. La vedo quando entra dalla finestra. Sembra sole, invece è polvere. Si posa sul tavolo, sulle sedie, sui libri, sullo specchio. Quando penso che nella mia stanza entrano miliardi di acari microscopici, miliardi di esseri invisibili in cerca di qualcosa, mi spavento. E allora sono felice di partire, di andarmene, di lasciare tutto: la mia stanza, la famiglia, il paese, gli acari.

La polvere sullo specchio. Il mio riflesso è sepolto sotto una frana di polvere. Penso a quello che mia nonna mi diceva da bambina.
Non guardarti allo specchio di notte. E io non lo facevo. Lo specchio sull’anta dell’armadio mandava riverberi azzurri anche al buio. Prima di mettermi a letto ballavo, volteggiavo.
Sono una ballerina, sono una regina!
Stai ferma con i fiammiferi! Non li spegnere o ti pisci il letto. E io non li spegnevo. Ma il letto si bagnava lo stesso.
Sognavo di ballare in un lago di cigni. Piano piano il lago si faceva freddo. Sognavo pesci muti prigionieri dentro lo specchio. Il muso contro il vetro, gli occhi luminosi nell’oscurità della stanza. I pesci erano azzurri. Sul fondo brillavano fiori di corallo, le alghe si agitavano come capelli.
Spazzolati i denti per almeno due minuti. Dai cento colpi di spazzola ai capelli. Ogni sera, prima di andare a dormire, con la sottana bianca di mia nonna facevo il vestito da ballo. Il pavimento luccicava e io volteggiavo come un cigno.
Non saltare sul letto. Si rompono le molle.
Ma io saltavo sempre. Mia nonna si riprendeva la sua sottana e copriva il buco della serratura.
I muri hanno gli occhi.
Dopo un po’ arrivava il sonno. Era un vecchio cieco.

Collezione di sorrisi

Flap flap flap.

Mi sono voltata e non c’era più. Era sparita, volatilizzata.
Oggi sono uscita in bici. Percorrevo una stradina di campagna da sola con le auricolari conficcate nelle trombe di Eustachio. Le altre trombe, quelle di Fallopio, battevano il rap sul sellino. Il flap flap flap per un po’ non si sentiva, solo musica a alto volume.

Bum bum bum.

My headphones they saved my life, my headphones allowed me to sleep to sleep to sleep.

All’improvviso una bambina è apparsa davanti alla mia bici, subito dopo una curva. Gli occhi scuri, il viso chiaro. Mi ha sorriso. Per poco non lo prendevo in pieno quel bel sorriso, il più bello che abbia visto da mesi.

There must be an angel playing with my heart.

Le ridevano gli occhi color castagna e i capelli odor castagna e le labbra sapor castagna. Ha mosso la bocca per dire qualcosa ma non sono riuscita a sentire un’acca. Era agile come una volpe, ed è sparita in un cespuglio. Ho pensato di averla sognata.

Now just let me sleep.I don’t wanna talk. I’ve nothing nice to say. I’m sleeping in your hand.

Che cosa voleva dirmi? Mi sono voltata e il bel sorriso era sparito, volatilizzato.
Io ho una collezione. Una collezione di sorrisi. Un sorriso vero è una rarità. Se penso a quelli che vedo su certe facce, fanno piangere. Anche un bel pianto è raro. Ma io ho deciso di collezionare sorrisi. Ne ho tantissimi: sorrisi di ogni tipo. Improvvisi, nuovi, inaspettati, colorati, in bianco e nero, silenziosi, esplosivi. Di tanto in tanto li sfoglio, si aprono nella mia memoria freschi come se li avessi appena visti. Ho un archivio di sorrisi memorabili.

Il n° 14 è quello di Elena la mia amica incazzata. Ne aveva uno anche lei. Ma era una smorfia al mondo, un dispetto al padre silenzioso, al fratello alto e sempre più solo, alla sorella con le tette grosse che imprecava quando qualcuno l’abbracciava perché smettevano di crescere, alla madre imbavagliata dal grembiule, crivellata dal ragù, schiava degli elettrodomestici Zoppas, immobilizzata dal nonno paralitico.
È una di quelle collezioni che non puoi dire: “Ti va di venire a casa mia? Ti mostro la mia collezione.” La conserve nella testa. Però ogni tanto, mentre sfoglio il mio album mentale, li rifaccio. Un esercizio mimetico, non me ne accorgo neppure.
La prima volta che mi è successo è stato il giorno della prima comunione. Io e mio fratello l’abbiamo fatta insieme. Dopo la Messa cominciarono le foto con gli invitati. Una famiglia alla volta. Conservo le foto in un album con il giglio e la candela. Io sono quasi sempre in un angolo. Osservo quelli che mi stanno accanto e imito i loro sorrisi, le smorfie, gli stiramenti di labbra, le lingue nelle bocche socchiuse. Rifaccio i sorrisi sulla mia faccia di gomma, li ripeto. E in ogni foto sorrido in un modo diverso.
Smettila di fare le smorfie.

Il mio sorriso non ce l’ho. Per questo una collezione di sorrisi è utile. Imparo a sorridere: scelgo il sorriso più adatto, distendo le labbra in un modo che non risulti innaturale. E lo faccio. Il sorriso vero è quello che fai al tuo angelo il giorno che nasci quando ti guardi in giro e tutto è andato per il verso giusto: la targhetta con il nome giusto sulla culla nel nido, il fiocco del colore giusto sulla porta della stanza di tua madre. E l’angelo. Il mio non è mai arrivato.
Ad ogni modo una collezione così te la porti dietro senza problemi. Parto a fine mese. Devo preparare i bagagli. Speriamo che il flap flap flap migliori con il cambiamento d’aria. Il dottore dice di no. Al Nord c’è la nebbia. Ma la nebbia è come l’ovatta. Mi tapperà le orecchie. Staremo a vedere.

GIOVANNA IORIO

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