LETTERE SETTENTRIONALI 6

Sabina De Feo è una donna educata, perbene. E’ laureata in ingegneria ambientale con centodieci e lode. Il tono della voce, il sorriso, lo stile concorrono a farne una femmina di questo tempo.

Quando mi ha assunta non conoscevo i termini contrattuali. Sono andata nel suo ufficio speranzosa, le ho presentato il curriculum, e lei l’ha letto. Sabina ha visto una studentessa brillante come lo era stata lei, si è rivista quindici anni prima e non si è posta altre domande.

Il primo mese di lavoro, dalle otto alle diciannove della sera, mi ha pagato quattrocento euro in nero. Mia madre diceva che all’inizio si fanno i sacrifici. Infatti, non me ne sono andata per l’orario o la paga.

Però durante un’ispezione territoriale su commissione dell’ente preposto, abbiamo raccolto i campioni dell’acqua alla foce del Sele. Il depuratore non serviva a niente e l’acqua era una merda.

Subito ho pensato che non avrei più fatto il bagno da Salerno fino a Pisciotta. Ho pensato ai sabati e le domeniche nella meravigliosa piana di Paestum con i miei cugini. Erano vent’anni che nuotavo su quel tratto di costa.

In seguito ho dovuto scrivere la certificazione che attestava la salubrità dell’acqua:

ho detto -scriviamo che il depuratore potrebbe funzionare meglio –

Non mi ha risposto.

– diciamo almeno che la situazione è invariata rispetto all’anno precedente –

Non sono riuscita a decifrare completamente il suo sguardo:

mi è parso che i ruoli si fossero invertiti e ora fosse lei a desiderare di essere me, che non l’avrebbero più fatta lavorare, non avrebbe potuto aiutare il marito a pagare la rata della barca a vela, il finanziamento dell’audi, il mutuo della villetta monofamiliare a Vietri sul mare.

I suoi occhi dicevano che per l’Agenzia Regionale Protezione Ambientale l’acqua doveva essere buona, e il nostro lavoro, fatto come si deve, consisteva nel farla diventare pulita. Non dovevamo cambiarlo noi il mondo.

Ora io ero stata assunta grazie a un pezzo di carta, e con un altro pezzo di carta avevo ripulito l’acqua della foce del Sele. Ma la foce pulita mi faceva sentire sporca. D’altronde un pezzo di carta non ha mai detto molto sulla dignità delle persone.

Ecco, è stato allora che me ne sono andata. Sto all’ufficio tecnico di Moncalieri, un comune alle porte di Torino.

SANDRO ABRUZZESE
https://www.facebook.com/Raccontiviandanti

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