Marmellata di lucciole (6)

foto Giovanna Iorio

foto Giovanna Iorio

INTERROMPIAMO L’INFANZIA A CAUSA DI UNA FORTISSIMA SCOSSA DI TERREMOTO

Terremoto

Ho frugato nei miei vecchi cassetti, di sopra. Tanti fogli. A righi, a quadretti, strappati, polverosi, sbiaditi, gialli. La grafia negli anni si è infittita. I tratti sono diventati più irregolari. Molti fogli non hanno la data. Bisogna indovinare, ricostruire lo sfondo. Prima o poi metterò tutti i pezzi insieme. Sono custodi di un po’ di storia. Un altro spicchio di passato dove vago come un’ombra. E quando appaio non mi riconosco. Sopra un foglio ho annotato l’ora: 19:45.

Il boato. È arrivato da lontano spaccando le colline. C’era la luna piena. La foschia cerchiava il bulbo luminoso. Mi fissava dalla finestra. Per sfuggire al suo sguardo mi sono rifugiata nel ripostiglio, al buio. Mi sono accoccolata come una conchiglia per sentirmi piangere.
A dieci anni m’incuriosivano i singhiozzi: arrivavano da dentro; erano in fondo a tutto. Arrivavano all’improvviso. Come il boato.
Domenica + novembre. Binomio di morte e immobilità. Qualcuno da molto lontano deve aver scorto la luce gialla della stanza, dove ci siamo nascosti ad aspettare la primavera. Io e mio fratello giochiamo a carte, con le gambe sotto la coperta che ricopre il braciere. Nostra madre, accanto al camino, sbuccia mele. Le bucce cadono in riccioli bianchi; dopo un minuto sono già nere. Aspettiamo l’odore della frutta cotta. È ora di cena. Nostro padre farà ritorno dal bar. Ci porterà le caramelle a spicchi: arancio fragola e limone. Piano, piano, piano! Al buio, nel letto, sentirò le dita di mio fratello che ne scartano una, poi ancora una, fino al silenzio del sonno. Buonanotte. Il rumore della carta nell’oscurità: sembra fuoco che scoppietta. Chissà quale gusto sta per sentire sulla lingua.
Quella notte non avremmo dormito in casa. Né quella notte né le altre. Per quasi un mese dividemmo i sedili della macchina. In piazza alle nove non c’era più posto per nessuno. Un parcheggio di auto addormentate, affollate, spaventate. Qualcuno chiacchierava fino a tardi; la radio s’illuminava per le ultime notizie. Una fievole luce negli abitacoli bui: si continua a scavare, le vittime sono migliaia, intere famiglie sotto le macerie si susseguono le scosse di assestamento. L’acqua, l’elettricità, le linee telefoniche: tutto interrotto. Camion di coperte e scatole di carne e latte in polvere e medicine presi d’assalto si esauriscono in pochi minuti. Emergenza.
Il boato. È arrivato da lontano spaccando le colline. C’era la luna piena. La foschia cerchiava il bulbo luminoso. Ci fissava dalla finestra. Arrivano le anime morte. Si levano dalle tombe. Hanno visto la luce da lontano. Le mele caddero sul pavimento. Rotolarono. Rimbalzarono sul soffitto e poi di nuovo sul pavimento. Da una parte all’altra della stanza. Sballottate. Un gigante aveva preso la nostra casa in una mano e la scuoteva; vedevo il suo occhio spiare all’interno della cucina dalla piccola finestra in cerca di noi. Stringiamoci. Afferrate la mia mano e correte fuori. La luce si spense troppo presto. Ci hanno trovato. Il boato si mescolò al rumore degli oggetti che cadevano: sedie, soprammobili, piatti, crash crash crash. Durò un minuto e trenta secondi. Era l’eternità, la morte, quella che avevamo visto alla finestra travestita da luna, l’occhio di un gigante. Una palla di ghiaccio, rotolata sulla vita, venne a gelare l’infanzia. I bambini crebbero in un minuto e trenta secondi. Gli adulti ripiombarono nell’incubo dell’infanzia in un minuto e trenta secondi.Tutti risucchiati dal buco nero. Le lacrime bloccate in gola insieme alle urla, ragnatele di neve e gelo. Riuscimmo a scappare in giardino; c’era la nebbia o forse era la polvere delle case cadute. La terra si muoveva ancora ma aveva inghiottito il suo singhiozzo; l’aveva ricacciato dentro, in fondo a tutto. Una foschia immobile e silenziosa prese il posto del grande singhiozzo.

CI SCUSIAMO PER L’INTERRUZIONE. RIPRENDIAMO LA NARRAZIONE.

Prove audiometriche e vestibolari

Mia nonna continuava a coprire il buco della serratura con la sottana, prima di andare a letto. Non l’ha mai sfiorata, il mare. Sarebbe stata capace di riavvolgere un labirinto come un gomitolo di lana. Ne avrebbe ricavato un filo lungo e verde per farne cose utili: un altro scialle, altre calze per la notte, altre presine tonde per le pentole.
Lei sapeva fare cose utili. Non ha mai avuto i capogiri. Io, invece, non riesco a sollevare la testa dal cuscino. Dopo quel temporale il flap flap flap nelle orecchie non ha smesso un minuto. Lo sento sempre, è un rumore assordante. Il dottore mi ha prescritto le prove audiometriche e vestibolari.

Vado in ospedale, mi fanno entrare in una stanza minuscola. Al centro una sedia girevole, mi legano ai braccioli, sistemano gli elettrodi alle tempie. Spengono la luce, io comincio a girare al buio. Prima piano, poi sempre più forte, prima da un lato, poi dall’altro.
La vertigine è un sintomo difficile da decifrare. Dobbiamo provocarle il sintomo
flap flap flap.
Mi direte cos’è questo flap flap flap?
Vediamo.
La sedia gira gira gira. Mi sembra di essere prigioniera di un labirinto.
Cerca il centro, cerca il centro.
Ripeto mentre mi aggrappo alla sedia.
Qualche minuto di pazienza e abbiamo finito.
Vi prego, non ce la faccio più! Fatemi scendere!
Il mio labirinto non ha un centro.

L’ovatta

Vorrei affondare il cervello in un mare d’ovatta. Me la sono messa nelle orecchie. Mi sono riempita d’ovatta. Ancora flap flap flap. Non serve a niente, l’ovatta. C’è una creatura da qualche parte. È prigioniera, è intrappolata. Ha le ali. La sento ma non la vedo.

Ho voglia di popcorn. Gli americani mangiano sempre popcorn quando si mettono a leggere il giornale. Stamattina ho comprato il giornale ma non ho il popcorn. Vado a cercarlo, miracolo! Ho trovato una scatola di mais.
Flap flap flap pop pop pop.
Rumore di piccole ali. L’eco di una guerra lontana.
Il popcorn scoppietta e io mi metto a sfogliare gli annunci di lavoro. Si sente una scarica di chicchi, esplodono sotto il coperchio. Apro e saltano fuori i fiori bianchi.
Flap flap flap pop pop pop fiori fiori fiori.
Vorrei che fosse di nuovo giugno. E invece l’estate è finita. Io non ho ancora trovato un lavoro.

– Mamma, dove vanno le lucciole quando finisce l’estate? Mettiamole nei barattoli vuoti di marmellata. Conserviamo le lucciole per l’inverno.

– È una buona idea.

– E mamma esiste l’angelo custode? Devo parlarci.
– Che cosa gli devi dire?
– Deve insegnarmi a sorridere.

Sono rimasta a guardare il popcorn per un po’. Da dove saltate fuori? Poi lo vedo: l’annuncio sul giornale. Assumiamo quaranta operai in una fabbrica di marmellata. Una fabbrica al Nord. Ho deciso. Ci vado. Imparerò a fare la marmellata. Farò la marmellata di lucciole.

GIOVANNA IORIO

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