LETTERE SETTENTRIONALI 5

Ombra al cimitero di costermano
Michela parte ogni mattina. Si alza alle 4, prende il pullman ariano-foggia. Quindi il treno per Vasto. Prima però prepara la colazione ai due figli di 11 e 14 anni. Tutto quello che guadagna lo spende tra viaggio e assenza. Torna alle 18 e per le tre ore successive cerca di fare la mamma e la moglie. Fa l’amore la domenica mattina. Lei va a lavoro per i punti in graduatoria della scuola. In quattro anni ha ricevuto molti punti, perso diversi soldi, alcuni eventi, in attesa del trasferimento.
Nel frattempo la piccola è diventata grande.
Il primo figlio ha perso un anno a scuola e qualche volta fuma.
Il marito ha trovato un’amante, si vedono ogni tanto in pausa pranzo, ma niente di importante.

Mi sono sempre preso troppo sul serio. Un po’ per carattere, un po’ per mancanza d’ironia. Sono partito per Roma, all’accademia d’arte drammatica Silvio D’Amico. Ho avuto successo, sì! Sto addirittura in televisione e mo’ quando torno a casa i vicini vogliono l’autografo. Perché la mia convinzione ha sempre superato tutti, perfino il mio valore. A volte non ero il più bravo, ma il più determinato. E’ che da un certo punto in poi, nella vita, la gente non ha tempo, e allora aderisce in misura ingenua o esagerata a tutto quello in cui crediamo noi. E’ andata così: Io ci ho creduto. E pure loro.

Non mi sono mai preso troppo sul serio e sono rimasto. Aspettavo che qualcuno mi dicesse “sei il più bravo”, e quando accadeva, pareva lo facessero per amicizia.
E’ che il mio talento ha sempre superato la mia convinzione, il valore la determinazione.
Ho capito che ero il migliore durante una registrazione: l’esecuzione era perfetta, magistrale.
C’era un suono inconfondibile, quel tocco che avevo cercato da sempre e che diceva “questa è la mano di Enrico Santoli”. L’ho capito chiaramente a 56 anni, dopo trent’anni di prove in cantina e matrimoni. E’ avvenuto tardi, ognuno ha i suoi tempi e non ho avuto successo.
E’ che da un certo punto in poi, nella vita, la gente non ha tempo, e allora aderisce in misura ingenua o esagerata a tutto quello in cui crediamo noi. E’ andata così: Io non ci ho creduto. E neppure loro.

Ero in procinto di partire. Adesso mi giudicano tutti e non ha senso parlarne più di tanto. E’ che la moralità in un certo senso è progressiva. Ognuno ha la sua scala di valori in base al gradino che occupa. Per dire: anche l’escort in qualche misura crede di essere superiore alla puttana.
Ma comunque, sono rimasta perché me l’ha scritto per contratto: segretaria particolare con l’obbligo di fare l’amore quattro volte al mese, una per settimana. Rispetto a passare la notte in fabbrica, non mi sembrava certo di spostare una montagna.

Peppe è sempre stato esterofilo e poco campanilista. Lui, da piccoli, a Grottaminarda preferiva Ariano Irpino. Crescendo ha maturato la convinzione che Napoli fosse meglio di Avellino. Adesso che siamo adulti dice che la Spagna è cento volte meglio dell’Italia. Ultimamente parla molto bene della Nuova Zelanda. Ho sempre pensato che Peppe fosse avanti, che arrivasse un poco prima degli altri.
L’unica cosa che non capisco è perché è rimasto, so quarant’anni che abita la stessa casa, in via Firenze numero 12, e non si schioda.

Sandro Abruzzese

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  1. stratega988

    Spesso non si parte, a volte si fa bene.
    Se le migliori menti, le migliori personalità, le migliori “persone” abbandonassero le proprie radici in cerca di “fortuna”, “soldi”, “successo”, o qualunque altra parola definisca il “trovare qualcosa che qui non c’è”;
    non resterebbero che i mediocri.

    Chi lascerebbe le proprie radici in mano ai mediocri?
    Riuscirebbe più a tornare, neanche per le vacanze estive?

    • raccontiviandanti

      Si parte pure per l’abitudine alla sfiducia. Ti insegnano a partire quando non hai strumenti per rimanere. Ti insegnano che non ci puoi fare nulla e che il meglio è da qualche altra parte. Ci vuole coraggio per partire, dice uno dei protagonisti del film “La guerra degli Antò”, però poi ci vuole coraggio pure a tornare.

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