Marmellata di lucciole (3)

di GIOVANNA IORIO

Foto Giovanna Iorio

Foto Giovanna Iorio

I lontani vicini di casa

Non li ho mai visti andare in macchina insieme. Marito, moglie, quattro figli e una Fiat 500 bianca. Ce l’hanno da sempre.
Il mio vicino esce sempre da solo. Solo il martedì pomeriggio prende la moglie e l’accompagna a fare la spesa al supermercato. Non scende, resta nel parcheggio seduto in macchina. Dopo un po’ la moglie torna carica di buste bianche come un asino. Lui rimette in moto e lei sistema la spesa sul sedile posteriore. Poi anche lei si siede, la borsa nera sopra le gambe come un corvo. Lento, come una lumaca, la riporta a casa.
Ogni domenica dopo la messa li vedo fare una passeggiata a piedi. Lui cammina con le mani dietro la schiena. Lei con la borsa nera a tracolla e i figli dietro. La Fiat 500 parcheggiata davanti alla loro casa, vuota come un guscio.

Passeggiata con G.

Mi sono sdraiata sul muretto in piazza. Fa caldo, c’è già la luna. Uno dei tre platani mi sembra una mano, pronta a strappare il lenzuolo azzurro che abbiamo sulla faccia. Qui nessuno cammina più. Nessuno va in bicicletta. G. ha male ai piedi. Mi siede accanto soprappensiero. Osserva i danni. Ce ne stiamo in silenzio per un po’. Poi lui mi dice: “Dovresti fare una lista di cose da aggiustare”. Allora ci alziamo e ce ne andiamo un po’ in giro, come due medici in una corsia d’ospedale.

INTERVALLO
La narrazione verrà ripresa il più presto possibile

– Come va?
– Non so. Sono pezzi, ricordi sparsi .E poi questo flap flap flap nelle orecchie che non smette mai. Mi sta facendo impazzire.
– Taglia tutto a pezzi, sbuccia, sminuzza. Metti i pezzi in una pentola, falli cuocere a fuoco lento. Gira ogni tanto. Deve diventare denso e scuro.
– Ora ci metto i ricordi dell’infanzia.
– L’infanzia? Non è stata speciale. Hai avuto una infanzia normale.
– Non sono d’accordo. Tutto nasce da un grumo di infanzia che ho al posto dell’ipotalamo.
– Allora continua.

SECONDA PARTE
Tempo passato

Foto n°1
Questa foto ha ventuno anni. E mia madre in questa foto ha ventuno anni. Sorride a mio zio, il fratello maggiore di mio padre, morto sette anni dopo aver scattato questa foto. Siamo al mare, sulla spiaggia. Mia madre mi tiene in braccio e si mette in posa. La schiuma l’avvolge fino al ginocchio. Sembra che voglia inghiottirla. Ha il costume intero che la settimana scorsa è saltato fuori da uno scatola mentre cercavo i sandali. Sono subito andata a provarlo. Poi mi sono messa davanti allo specchio per vedere come mi stava. Non è bello il costume. Era bello il sorriso di mia madre. E’ proprio una foto minuscola. Mi chiedo come facciano a starci dentro il cielo, le nuvole, tutta la schiuma, il sorriso di mia madre e il mio primo anno. Tengo gli occhi bassi. Fissano i mulinelli che inghiottono i piedi di mia madre. Non mi volto né sorrido all’obiettivo.

La bicicletta

La mia prima bicicletta era quella vecchia di mio fratello. Gliela rubavo e andavo senza mani per la discesa come vedevo fare a lui. Cadevo sempre, poi mi rialzavo e correvo a casa. Dove sei stata? Di nuovo le ginocchia sbucciate. L’odore di alcool si mescolava al profumo dei capelli di mia madre mentre mi medicava.
Era estate. L’asfalto era bollente. Il sangue diventava subito una crosta nera e si copriva di polvere. Mio fratello scoprì che gli rubavo la bici. Un pomeriggio, dopo pranzo, mi disse: te la regalo se mi aiuti. Vai a prendere le chiavi della macchina nella stanza da letto. Mio padre dormiva, la stanza era quasi buia. Vidi i pantaloni, sulla sedia come gambe nere di un vecchio paralitico. Presi le chiavi dalla tasca e le portai di corsa a mio fratello. La macchina, una Fiat 127 bianca, era parcheggiata davanti casa. Mio fratello salì e chiuse piano lo sportello. Lasciò andare il freno a mano e se ne andò a motore spento giù per la discesa. Sentii che avviava il motore quando era già abbastanza lontano.
La piazza era deserta, l’asfalto si scioglieva, le ruote stridevano sgonfie. La macchina fece tre giri del paese, lamentandosi sull’asfalto come un animale selvatico. Poi mio fratello tornò con il sorriso trionfante di un domatore di leoni. Parcheggiò la macchina nello stesso punto. Scese. Era tutto sudato. Brava, mi disse. Ora ti puoi prendere la bicicletta.

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