Indagini sull’impossibilità dei corpi

di ELIANA PETRIZZI

1975

Rodolfo
La caparbietà di un’insegna ricorda che la mia casa è sulla destra di una strada di provincia. E’ da 15 giorni che non piove. Preferisco il maltempo, quando diventa naturale non desiderare di essere altrove. Mi alzo forzato, mi pare, a compiere un gesto enorme. Affacciato alla finestra, raccolgo le notizie irrilevanti riportate dallo sguardo: muratori che fischiano, studenti, lavoratrici con fitti passi da topo, un andirivieni di microbi. Le gambe dei passanti si strofinano e sudano. Sotto le ascelle delle camicie compare un’aureola scura. Anche tra il ventre e il seno di Lina c’è sudore in questo momento; un sudore come quello tra mani strette. Penso al mio nome, che a dirlo e ridirlo diventa sempre più estraneo. Mi accorgo così che non esiste niente che io sia veramente in grado di riconoscere.
Ore 13,30: io e Lina mangiamo in fretta e senza parlare, facendo ogni tanto dei piccoli rumori con la bocca, come se dietro i denti serrassimo una parola che non si può dire. Concludo che è meglio non agitarsi se il momento non è buono, sopportarsi senza precipitare, non corrersi in tondo come cani. Il mondo è superato, posso quindi voltarmi e continuare a vivere. Calma sul divano, stupore alla vista del cielo migrante.

Alle 5 vado al parco. A quest’ora ho l’impressione che qualcosa stia per cambiare senza rimedio, così mi stendo sulla panchina e aspetto che il sonno arrivi come un colpo dietro la nuca.
Torno a casa. Dopo 8 ore, tutto uguale: separati la carta dalla plastica, il metallo dal vetro, i soldi per taglio e grado di usura. Temperate le matite, eliminati gli oggetti deceduti. Paralleli tra loro gli scatoli negli armadi. In cucina, le forchette con le forchette, i cucchiai coi cucchiai. Apro la rubrica: rapido riepilogo delle cose da fare da qui ai prossimi tre mesi: poche ed irrilevanti. Qualcuno da dietro l’angolo mi fissa con sguardo minerale. Ritorno poi in uno spazio cavo che non mi affretto a misurare.
Ore 19,00: eseguo carotaggi del mio disgusto. Lina dice che devo farmi degli amici, uscire ogni tanto a bere qualcosa. Ma uscire in gruppo non fa bene: se uno dimentica una cosa la dimenticano anche gli altri. Se uno sbadiglia accade lo stesso. Un amico ti ascolta, fa finta di essere dalla tua parte, ma se lo guardi meglio ti accorgi che il suo occhio ti perlustra come quello di uno squalo. La morte mi sopporta. Quando non ne potrà più si sbarazzerà di me. Il cervello è un faro che illumina senza tregua spiagge dove vado a cercare pace. Sono certo delle parole che pronuncerò e di quelle che ascolterò, di quanto avrò ricevuto, che pure tante volte non mi serviva. Di città e persone incontrati in giro per il mondo non ricordo un solo nome. Chiudo gli occhi e sento la forma dell’universo, mentre fuori passano silenziosi gli uccelli, le ore, gli altri.
Ore 2,00: Lina mi tocca prima con le mani, poi con un piede. E’ chiaro quello che vuole. Mi viene in mente una sera a Bangkok: ero andato a visitare un sexy shop con locandine dai rossi carichi, come se i corpi fossero stati rivoltati dall’interno. Sono entrato a vedere lo spettacolo. C’erano un uomo e una donna sul palco: lei bionda, minuta, ma fatta bene. Lui grasso, steso supino. Lei faceva di tutto, ma lui non riusciva. Dopo mezz’ora si sono alzati, hanno fatto un inchino e hanno chiesto scusa. Lina mi sale sopra. Chiudo gli occhi, giro la testa da un lato contro il cuscino. Avevo trent’anni e mi vedevo di nascosto con una mia studentessa di 18. Ci incontravamo nel piazzale di una fabbrica. Portava calza a rete colorate, gonne striminzite. Non c’era mai molto tempo. Stendevamo i sediolini. Sembrava un’invasata: stralunava gli occhi all’indietro, io mi spaventavo, e come al solito non ce la facevo.
Tremito del doppio ventre di Lina durante l’amplesso. Sudore tra i seni e la pancia, come temevo. I suoi tratti: quelli di un essere vivente qualsiasi che fa il suo corso. L’espressione di un animale che scava, che annaspa per ansia,

paura, annegamento, dolore; di una persona di oggi come di una qualsiasi altra epoca del mondo. Eppure io ho scelto questa donna, ho scelto queste spalle, questo respiro, questo suo peso. Perché ho scelto Lina lo ricordo bene: credevo fosse straniera. Il suo viso somigliava ai paesaggi del nord Europa: tinte neutre, pianura, rigore, concretezza. Non un gioiello, non un filo di trucco, nessun segno particolare. Il fascino delle case senza intonaco, dei muri di argilla, delle strade sterrate. L’incarnato tenue, le labbra strette, le braccia in grembo, i palmi rivolti verso l’alto. Lina ancora sopra di me, su e giù lenta, pesante. Nelle sue viscere, secrezioni, risucchi, assestamenti. Mi viene un terrore improvviso: la guardo e non la riconosco. Disteso, ascolto il sangue che passa nelle vene, mi accorgo del gomito, del ginocchio un poco piegato. Finiamo senza parlare. Mi addormento. Verso le 4 sogno di morire. Seduto da qualche parte con mia madre, mi accorgo di avere un uccello attaccato alla schiena. Una macchia sotto pelle mi scende dalla fronte verso il viso. Mia madre si spaventa e inizia a piangere. Dice che dobbiamo andare subito in ospedale, ma io le rispondo che è inutile, che tanto morirò prima. Poi, io e Lina che passeggiamo lungo una strada piena di sole. Sono nudo, e agito felice le braccia in alto. Le corro davanti. Lina mi chiama, ma non torno indietro. Il mio corpo trasparente, attraversato dal maestrale.

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