STRATIGRAFIA DEL QUOTIDIANO (2)

di Elda Martino

Elda Martino

Elda Martino

Oggi, da sola, per strada, di ritorno da scuola, ho pensato di poter morire. le terre d’altura, che tante volte avevo sentito madre, sorella, complice, confidente, amica, oggi mi sono apparse ostili, pronte a spezzarmi, a infrangere la mia esilissima esistenza. Oggi come mai prima ho avvertito la morte del mondo, di questo mondo, così attento, guardingo, così pronto a divorare ogni essere che ancora pulsa e vive. Un generale invisibile e spietato che non fa prigionieri, che fucila alle spalle, che si diverte a guardare languire i suoi figli, mai amati, mai voluti se non per offrirli poi come martiri o come semplice carne da bancata. Ogni singolo metro di asfalto che divideva gli alberi, ogni casa mal riuscita, vomitata dal gran naufragio dell’ultimo tremito delle argille, ogni infisso di alluminio, ogni cartello con su scritto “vendesi” attaccato ad abitazioni abbandonate e sordide nel loro osceno esporsi di pilastri e di cemento armato, ogni deposito di materiali edili ormai desueti e fattisi tutt’uno con la roccia denudata,con la cava aperta nel fianco, ferita sanguinante e mai richiusa, mai curata, ogni rosa, verde, giallino, bianco dei muri sporcati dall’umidità mi erano addosso, implacabili, invitandomi,prima, flessuosi e, aizzandomi poi volgari alla resa, a una richiesta di tregua che nascondeva -lo so- il supplizio capitale.

Oggi il mio sguardo si è fatto più lucido, le mie mani si sono rattrappite in uno sforzo estremo, nel tentativo di aprirmi un’uscita, un varco da questo luogo che non è domani, né ieri ma solo oggi, solo ora, solo un adesso circolare, sempre muto, astioso, stizzito, sempre invidioso del bene, del respiro, della vita. Come i corpi dilaniati delle giovani volpi di marzo, dei porcospini, dei gatti, dei cani, strazianti lapidi a quel procedere che è invece stare immobili, testimoni silenziosi e cruenti del compiaciuto e voglioso desiderio di organi, di fremiti, di battiti che questa terra chiede. Gli occhi sempre fissi sulla preda, semichiusi nello sforzo di puntare chi barcolla, chi sta per cedere, chi non ha più forze. Occhi che precedono mani facili a spingere nel vuoto di cui si ciba,mandanti di nuovi sacrifici, ingorde, con le fauci spalancate, aperte senza ritegno a svelare un fondo mai pieno, mai sazio, mai pago. Oggi ho avvertito, con quella parte di me che conserva l’istinto animalesco e salvifico di sopravvivenza,e per questo più vero, più acuto, che non c’è vita qui, solo un inerte resistere, affannarsi, sfiancarsi vano. I dolori di coloro che percorrono questi luoghi non si incontrano, si inginocchiano su suoli diversi,pregano a voce troppo bassa o strillano isterici, aprono le braccia, tendono le dita fino all’estremo sforzo ma non si toccano. Solitudini ferme con intorno altre solitudini, disperazioni mai ascoltate che non sanno accogliere altre disperazioni. Nessun andare avanti, nessun progredire, solo un immobile e risentito stare e stare qui. Nessuna speranza , nessun alito di vita, nessun attimo di bene, una lontananza siderale, come siderale è il silenzio di ultima stella ormai morta ma ancora visibile nel cielo. Nuovi sacrifici pretende questa terra, ogni giorno nuove vittime, nuovi sacerdoti, asserviti, indolenti, svuotati,ciechi, canne nel quale soffia il vento di tramontana, corpi senza voce. Novelli adepti per il suo culto di dannazione e di morte. 


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