Marmellata di Lucciole (2)

brani da un romanzo di GIOVANNA IORIO

marmellata3
foto Giovanna Iorio

Orazio il barista, detto il Fiacco

Nel mio paese c’è un bar soltanto. E Orazio, il barista, è un poeta. Quando mi vede dice cose strane, poesie che non capisco. Oggi mi ha detto così:

Angiolè, a’ vita
è ‘na pommarola.
E oggi fa’ cavero.
Angiole’, va’ a ‘mmare.
A’ vita se ‘nfraceda. A chi aspietti?

Che tradotta fa più o meno così:

Oh Angioletta, la vita
è un pomodoro.
E oggi fa un gran calore.
Orsù Angioletta vai
al mare. La vita
è breve.

Carpe Diem.

Al Mare

E allora vado al mare. Non c’è nessuno. Sulla sabbia soltanto i resti della mareggiata: alghe, pezzi di legno, bottiglie di vetro senza un messaggio di aiuto.
Mi ricordo quando venivamo qui solo io, mio fratello e mia madre. Avevo una paletta rossa, quella di mio fratello era gialla. Giocavamo a seppellire la mamma. La sabbia le finiva tra i capelli, nel costume, qualche volta anche in bocca. Dopo un po’ non si vedeva più e io e mio fratello andavamo a tuffarci nella schiuma delle onde. Un pomeriggio ci fu un lampo improvviso, e poi un tuono. Subito mia madre resuscitò. Venne di corsa a prenderci in acqua. Era tutta sporca di sabbia, ci urlò di uscire. Qualche minuto dopo arrivò la pioggia. Tornammo a casa bagnati fradici. Sui vestiti acqua dolce e acqua salata.

Il temporale

Giovedì scorso mi ha svegliato il temporale. Ho sentito un rumore. Sembravano ali… flap flap flap…
Mi è rimasto un fruscio nelle orecchie.
Una lampo mi ha ferito gli occhi. Sono rimasta immobile. Ho sentito male alla testa. Avevo freddo. Nel buio per un attimo ho visto il letto disfatto e la stanza silenziosa. Avevo sete. Mi sono portata le dita alle labbra. Non sono riuscita a trovare la bocca. Sono passati alcuni istanti. Ho affondato il viso nel cuscino. Ho sentito dei rumori… un boato metallico, un rumore sordo, un fruscio di foglie, il respiro di un polmone malato.
flap flap flap…
Un ramo… Deve essersi spezzato un ramo. Alle tempie una fitta. Ho stretto il cuscino bagnato. Tutto ha cominciato a girare vorticosamente. Mi sono addormentata con le vertigini. Quando ho riaperto gli occhi era l’alba, mi avvolgeva un chiarore grigio cenere. Ero stanca. Sono andata alla finestra. Il temporale era passato. Il giardino devastato. Nelle orecchie uno strano rumore…
flap flap flap…
Un fruscio d’ali.

E se mio fratello diventasse un pero?

La notte si dondola sospesa tra i platani. Io e mio fratello siamo seduti in giardino, al buio. Domani parte. Tornerà a Natale. Le sue parole sono stelle minuscole e lontane. Ha gli occhi chiusi, li apre di tanto in tanto per seguire i fruscii dentro alle siepi. Tutto, parole e rumori, svanisce nel buio che abbiamo intorno:

“Voglio essere un pero
sussurrare saluti ai bambini.
Che c’è di male a essere un pero?
Dimmi, che c’è di male…?”

Mio fratello è diventato un pero: è ricoperto di pere e se ne sta in cima alla collina a guardare la valle. Non vuole partire. Ha messo radici sulla nostra collina. Ecco quello che ci diciamo quando lo rivedo:
– Cosa si prova ad essere un pero?
– Il sole è un pellegrino. Le radici si muovono. La pioggia ci parla. Gli uccelli sognano.

La Mia Stanza

La madre di mia madre è venuta ad abitare con noi circa dieci anni fa e come una grossa macchia d’olio si è allargata. Ha cominciato con la metà del mio armadio per la valigia verde di cartone, piena dei pezzi della sua casa smontata. Mi è sembrato naturale aiutarla a sistemarli accanto alle mie cose.
Dieci anni fa avevo dodici anni. Mi stavano crescendo i seni e avevo bisogno di controllare ogni sera se fossero un po’ più grandi. Lo facevo nascosta dietro la porta, accanto al termosifone caldo, prima di mettermi il pigiama. Poi ha cominciato ad entrare senza bussare. Come un pomodoro fuori dal frigo ha preso ad invecchiare ad una velocità spaventosa tanto da minacciare anche me. Una notte, cinque anni dopo, sono rimasta a dormire al piano di sotto, in salotto. Non ho mai più dormito nel mio vecchio letto.
E’ stato come andarsene via di casa. Una fuga in piena regola, in piena notte. E’ stato come passare la notte all’aperto, spaventata dagli angoli anonimi di quella stanza che al buio mi sembrava un bosco. Con la costanza di una formica e la tristezza di un emigrante, in cinque anni, ho trasferito di sotto quasi tutto il mio mondo. Con lavoretti extra e l’aiuto di mia madre ho comprato una libreria, un divano letto, cuscini colorati, lampade. Il tavolo rotondo, dove prima si pranzava se c’erano invitati, è diventato la mia scrivania. Il computer di mio fratello l’ho usato per la tesi di laurea e non l’ho più riportato su. I miei amici li ospito “da me”. Tutti dicono che questa stanza mi somiglia: è calda, allegra, intima. Ci sono tre stampe di Klimt alle pareti. Tre donne avvolte in cascate di veli d’oro.
Mio fratello vive a tremila chilometri di distanza. Ha lasciato tutti i libri e torna quando ci sono le feste. I miei genitori stanno vedendo la televisione in questo momento. La tv è in cucina. A me piace la radio. Mi addormento ascoltando i D.J. che parlano sottovoce; dopo la mezzanotte ci sono i concerti di musica classica o jazz; programmo il timer e ci pensano loro a farmi compagnia fino a quando non chiudo gli occhi.
Pranziamo tutti e quattro insieme, il più delle volte se io non sono in giro per lavoretti. Odio il brodo. Mio padre e mia nonna lo tirano su dal cucchiaio come fossero motorini per l’acqua dei pozzi. Io e mia madre ridiamo. Ma poi lei grida a mia nonna di stare attenta a non farsi finire tutto addosso e mio padre ne approfitta per il borbottio quotidiano. E non ridiamo più. Qualche volta porto da mangiare in camera mia con la scusa che ho da leggere delle cose. E’ per starmene un po’ per i fatti miei, un po’ da sola.
Da qualche tempo questa stanza non mi basta più, non mi piace più. Ho scoperto che se una cosa non mi piace più tendo ad abbandonarla. Ho fatto così con le cose che qua non ci stavano e che ho dovuto lasciare su in camera di mia nonna. Ora sono tutte ricoperte di polvere. Parlo dei poster arrotolati sull’armadio, dei libri del liceo, dei cassetti pieni di mutandine che non mi stanno più e delle cartoline di amici che non vedo più. E’ tutto di sopra, ad aspettare chissà quale giudizio universale.
Anche in questa stanza gli oggetti si accumulano. Cartoline, lettere, soprattutto ricevute di ritorno di raccomandate quasi quotidiane (raccomandata a questa o quella scuola, a questa o quella industria, a questa o quella azienda….bla bla bla.) Mio padre è stufo delle mie raccomandate. Un giorno mi ha detto “figlia mia risparmiateli ‘sti soldi”. E io mi sono sentita vacillare, come sull’orlo di un precipizio… se mi togliete le raccomandate posso anche morire! E così continuo a spedirle.
Tra sassi da cavalcavia e navigate su internet sembra che la mia generazione sia ossessionata dal movimento. Più che trovare risposte alla domanda “da dove veniamo?” ci interessa sapere dove andiamo fiondati nel buio ad una velocità spaventosa. Tentiamo disperatamente di capire da che parte stia andando il tempo. Si accende un video e si fa un tuffo nel buio. Si spegne quando si ha paura. E chi non ha internet a volte si affaccia dai cavalcavia. Accendi-spegni. Accendi-spegni. Dà un senso di onnipotenza fermare una corsa. E’ come desiderare di fermare un treno in corsa con il freno d’emergenza. I sassi sono proiettili sparati contro il mondo in corsa.
Quando litigo con il mio ragazzo resto immobile nella mia stanza, seduta sul divano. Non riesco più a muovermi. Nel cervello si accavallano le idee, i pensieri. Poi mi spuntano due ali piccole e bianche e comincio a volare. Esco dalla finestra, faccio un giro intorno a casa mia. Mia madre a primavera dà a tutta la casa un tocco di freschezza. I fiori nuovi si aprono sui davanzali nei vasi che lei ha portato su da sola e che ha sistemato mentre mia nonna le diceva che fa male a spendere tutti quei soldi in fiori che moriranno con le gelate. Perché è soltanto febbraio, ma fa già caldo e anche le mimose sono state ingannate. Come mia madre.
Nel paese vivono quattrocento anime. A tredici anni spiavo l’immobilità di mio fratello seduto sotto una lampada gigantesca per ore intere di notte. Il libro che leggeva era di Gogol. Le anime morte. Lo presi anch’io. Lo sfogliai. Lessi qualche stralcio di frase. Ero sicura che parlasse del nostro paese, di queste quattrocento anime che spariscono a mezzogiorno e poi di nuovo tutte insieme alle sei di sera; delle donne con le pantofole ai piedi e la messa in piega mensile, puntuale come il flusso mestruale; degli uomini seduti nell’unico bar, dove si parla del nuovo sindaco (c’è sempre un nuovo sindaco) e si sputa nei fazzoletti.
Ed eccoli: quelli della mia età! Più giovani o vecchi, dopo i venti abbiamo tutti la stessa faccia. Di notte ne vedo qualcuno nella piazzetta dove da un po’ hanno messo a dormire gli autobus di linea (la piazza è di fronte alla mia stanza- alle sei e trenta arrivano gli autisti e li mettono in moto- il rito di scaldare i motori dura una trentina di minuti).
Parlano senza gesticolare, con le mani in tasca, con le voci monotone che nel silenzio rimbombano e a volte non riesco più a seguire il discorso dei D.J. di rai stereo notte.
Quando me ne andrò devo sistemare tutte le mie cose in scatole di cartone. Soprattutto i libri. Perché non si riempiano di polvere. Sono sicura che quando me ne sarò andata questa stanza ritornerà quella di una volta. Spero solo che la invada mia madre e non sua madre. Serpenti d’Acqua, Danae, Judith, verrete con me. Non vi lascerò arrotolate sull’armadio.

GIOVANNA IORIO è anche su http://amicidiletture.blogspot.it/
Parte di questo brano rientra nell’antologia “Quello che ho da dirvi”, Einaudi, a cura di Mozzi e Caliceti, 1998.

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