Marmellata di Lucciole (1)

Giovanna Iorio

Giovanna Iorio

Pezzi di un romanzo di formazione
di Giovanna Iorio

Prologo

– Ho un mucchio di storie ma mi sfuggono.
– Hai provato la carta moschicida?
– Scrivo al computer.
– Non dicevo per scriverle… per catturarle.
– Funziona? Ma da dove comincio?
– Non so, dal nome?
– Allora comincio…

Il Nome

Al principio il mio nome era Vincenzo. Mi piaceva quando stavo ancora dentro. Credevo che mi stesse bene, che mi chiamasse. Poi, dal modo in cui mi hanno guardato quando sono uscita, ho capito.
A decifrare i segni di una gravidanza del tutto simile alla precedente si era sbagliata mia madre. L’ostetrica e mia nonna e mio padre e Anna del Sale e Tabacchi si erano sbagliati pure loro. Tutti a dire: “nascerà Vincenzo”.
La posizione fetale è un semicerchio, una circonferenza incompleta. Ricordo i rumori di fuori e i sogni di mia madre. Li vedevo galleggiare con me nel liquido seminale. Una notte mi svegliai in un fiume di vino rosso. C’erano montagne azzurre. Faceva freddo e qualcuno cercava di tirarmi fuori dal mio buco caldo.
“E’ Vincenzo… corri, corri! o nasce in macchina… ah”. All’ospedale ho dovuto lasciare tutto l’arredo della mia prima casa. Sul tavolo chirurgico, nel gabinetto, nel cassettone dei “Rifiuti Speciali”.
Mi hanno lavata e qualcuno ha detto: “Che bella bambina!”. Mia madre si è voltata a guardarmi. Aveva l’aria esausta e stupita: “Oh……..e il mio Vincenzo?”. “Nessun Vincenzo, signora…ma una bella femminuccia. Eccola qua!”.
Mi sistemarono sulla sua pancia; ne vidi il viso e i capelli e i seni. Era diversa. Insomma, dopo nove mesi di convivenza, non ci riconoscemmo. Cercavo le pareti trasparenti delle sue viscere, la mia finestra sul suo corpo lungo, le vene e il sangue, il cuore e i polmoni. Cominciai a piangere. L’avevo fatto altre volte dentro, ma senza emettere suoni. Ora era diverso. Me ne stupii. Era come ascoltare i rumori di fuori, ingoiati e poi sputati dalla mia stessa bocca. “Ha fame, la piccina!”
Macché fame! Mi si era chiuso lo stomaco. Per la verità me l’avevano chiuso. Quel dottore! Un taglio, un nodo al mio cordone, “carne inutile” disse.
Dopo qualche ora mi ritrovai nel mezzo di una riunione straordinaria per decidere il mio nome: mio padre, mia madre, il mio fratellino. Nella stanza c’era un viavai di gente: parenti, amici, infermiere. Insomma una gran confusione. Dalla bocca di mio fratello si srotolò una pellicola di personaggi Walt Disney: Minnie, Nonna papera, Biancaneve, Cenerentola, La bella e la bestia. Poi fu la volta dei fumetti giapponesi e lì, per fortuna, qualcuno decise che ci avrebbero pensato con calma perché la mamma aveva bisogno di dormire e io dovevo tornare nel nido. La mia vicina di culla era una bambina di quattro chili e cinquecento grammi. Io ero tre chili e ottocento grammi. Sulla mia culla, per il momento, c’era “Vincenzo”.
I sorrisi dei bambini, dicono, sono rivolti ai loro angeli custodi. Vi assicuro che i sorrisetti dei neonati erano tutti per me. A proposito di angeli, il mio non si era visto. Forse a causa del casino del nome si era confuso. Forse non sapeva chi cercare. Infatti non sorridevo. (Se l’angelo non ce l’hai che ridi? – mi disse uno nato da qualche giorno e rinchiuso nell’incubatrice. Era piccolo e giallo di bile ma aveva accanto un angioletto azzurro che gli s‘intonava che era una bellezza! Non ci provai più a sorridere, per il momento).
Quella stessa sera mi sembrò di scorgere un’ ombra accanto a me. Era l’asta per la flebo, ma io non lo sapevo. Pensai: ora piango così l’angelo arriva di corsa. Ma arrivò l’infermiera. “Ha fame, la piccola”. Macché fame! Dimenticavano il nodo allo stomaco!
Quando mi riportarono nel lettino anche il mio angelo-asta-della-flebo era sparito.
“Che ne dite di Angela?”. Il giorno dopo mi sostituirono la targhetta.

La signora A.

Oggi alle due del pomeriggio qualcuno ha suonato il campanello. Sono andata ad aprire. e una signora dai capelli bianchissimi e gli occhi azzurri mi ha sorriso con precauzione e ha chiesto: “Dov’è la morte?”. Sono rimasta di sasso. Ma come faccio a risponderle così a bruciapelo? L’ho guardata come se avessi dovuto rispondere a un essere soprannaturale. Ehm…prego? “La signora A., la donna che è morta ieri, abitava qui?”.
No, no, no. È la casa accanto. Me ne ero dimenticata. Si, certo, la povera signora A. Dov’è la morta! Sicuro, mi sta chiedendo della vicina di casa. Scusi, grazie, buona giornata. E a mai più, non torni mai più.

Squilla il telefono

– Mamma, non ci sono per nessuno.
– Nessuno, nessuno?
– Vedi tu.
– Pronto si? Si, te la chiamo. Angela, è per te.
– (Ma chi è? Oh, no! Per lei non c’ero).
Ciao, no figurati, che dici, non disturbi (accidenti se ne va l’ispirazione). Niente, non faccio niente. Cioè scrivo. Un romanzo. Ora ci sei finita dentro anche tu. No, non scherzo per niente. Hai presente la carta moschicida. Ci si attacca di tutto. Però hai una parte piccola piccola. Sei una comparsa. Se mi telefoni di nuovo, di sicuro rispunti!
—-
Mamma ora ti faccio una lista e te la metto accanto al telefono, guarda che è davvero importante o nel romanzo ci finiscono tutti quelli che mi telefonano, come mosche nella marmellata!

Papà

Mio padre si fa vecchio. Vorrei vederlo bambino. Con i pantaloni corti tenuti su con lo spago, nascosto tra le pietre di case cadute, il viso affondato nel braccio, uno, due, tre, cento. Mosca cieca, nascondino, girotondo nella piazza piena di cappelli e coppole e scarpe nere lucidate con lo sputo e la manica della giacca senza bottoni.
Te ne andrai via senza avermi mai parlato delle ore passate ad immaginare me o mio fratello sulle tue ginocchia sbucciate. Le mani nella pentola di patate toccano il fondo e fanno giuramenti su libri sacri, nascosti nel cuore, imparati a memoria sulle strade di notte, ripetuti al sole nascente. I capelli scompigliati di tua madre su una vespa appena comprata è tutto quello che ti porti dentro. Quando ho smesso di essere tua figlia ho creduto di essere donna. Sono di ritorno da un viaggio silenzioso.
Ci sono parti di me che ti appartengono. Ho tante domande in bianco e nero, senza punti interrogativi, solo puntini, piccoli come le rughe che ho visto sulla fronte e ai lati della bocca togliendo il trucco un attimo fa.
La mia infanzia silenziosa vuole che le canti una ninna nanna. Si addormenterà tra i sedili posteriori della macchina, arrotolata nei suoi sogni di carta velina, frusciante come il sonno di un albero di mele. Ero rimasta sull’albero a raccogliere formiche rosse con le mani spellate e tu sei arrivato ed hai allungato le braccia per tirarmi giù. Ho chiuso gli occhi e l’ago della siringa mi ha fatto il segno che mi porto sul braccio. La cicatrice di un bacio sulla guancia della tua bambina imbronciata. I capelli a zero, rasati. Nascosta sotto il tavolo della cucina insieme al gatto rosso, tra le ciabatte giganti e le briciole di pane cadute. Ho dentro di me sorgenti di fiumi sconosciuti e laghi di acqua salata appena formati da lacrime ingoiate.
Il gioco delle radici. Voglio giocare con te bambino. Insegnarti il gioco della campana, lanciare il sasso liscio e tondo fino al dieci e saltare di quadrato in quadrato fino a te. I quattro cantoni. Liberarti dalla morsa di gelo che ti tiene immobile, come una statua nel centro della strada. Salvato. Sciolto. Si corre verso un’altra statua di sale a ripetere il miracolo della vita resuscitata. Il colore più vivo del cielo. Devi correre quando dico “azzurro!”. Correre verso l’azzurro che si nasconde tra le nuvole di pietra anche se fai fatica a toccarlo. Se guardi dove guardo io lo troverai più in fretta; è sulle nostre teste, brillante come un fiore appena schiuso. L’aquilone. Prendiamo la carta velina e il legno sottile del ciliegio e le piume degli uccelli soffici come il vento. Volerà. Io sono il filo e tu il vento. Io sono il prato e tu la collina dietro il recinto di pietre di fiume.
Ci sono tanti giochi che vorrei giocare con te. ” Se fosse…un angelo? Sarebbe un suono indistinto”. “Se fosse…un sogno? Sarebbe un gabbiano”. “Se fosse…una parola? Sarebbe silenzio”.
Non so correre senza la mano che mi spinge. Non so volare senza la mano che mi tiene in alto. Non so amare senza uno sguardo d’amore.
Cosa si trova dentro a un campo di grano di notte d’estate? Lucciole e grilli, semi antichi come il mondo, un deserto senza sabbia, il silenzio dei papaveri aggrediti dalle spine, i passi degli amanti che calpestano l’odore del pane, guizzi di code di lucertole nascoste nelle tasche dei pantaloni. Flap flap flap.

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