UN LUOGO

di Elda Martino

Elda Martino

Elda Martino

Dice che si deve partire da un punto. Ma questo punto io non ce l’ho, non lo posseggo. È come una liturgia senza la immaterialità del sacro, compio tutti i gesti, apro il pc, scelgo il carattere che mi piace, metto in giustificato il testo. Niente.
Forse è meglio partire da un luogo, dal posto in cui mi trovo adesso, dal mio letto che oggi sembra una prigione e non un rifugio.
Stamattina quando ho aperto gli occhi speravo che fosse già ora di pranzo, invece erano solo le dieci, le dieci sono un’ora neutra, insopportabile. È troppo tardi per pensare che sia ancora mattina e troppo presto per togliersi di dosso il peso del tempo che deve passare. Le dieci sono un luogo da cui non si può fare niente. Non come le due di notte, quando si possono scrivere lunghe lettere d’amore, o l’una, quando ci si può mostrare impegnati e attivi, nemmeno come le sette, quando puoi far vedere al mondo che almeno ti alzi presto.
Le dieci sono un tempo che andrebbe abolito.
Oggi è nevicato, ma la neve non mi fa più nessun effetto calmante. Non ho scuse con la neve, da adulta. A nessuno importa se da te, sotto casa tua ci sono venti centimetri di neve. A nessuno serve che tu glielo dica. Devi andare dove ti chiamano.
Più in generale a nessuno importa molto di sapere degli altri. Io invece sono divorata dalla voglia di sapere, di conoscere. Chiedo, mi faccio raccontare storie e ascolto i lamenti e le gioie, e intanto prendo nota nella testa. Mentre una perfetta estranea mi parlava, ieri mattina, io le guardavo la bocca e un neo sporgente che aveva sul sopracciglio sinistro. Tutta la faccia si muoveva intorno a quel neo. La sua vita era stata definita da quel neo. Come facevo a non guardarlo? Così pensavo a questa persona e me la immaginavo a casa sua, a cucinare a sgridare i figli, a mettersi a letto la sera col marito. Mi immaginavo i compleanni le feste comandate, mi creavo un quadro nella testa e il centro di quel quadro era il neo sull’occhio sinistro. Il punto di fuga. Ma lei non era fuggita, lo aveva imprigionato quel neo, e lui si era adattato a fare da cornice, da coprotagonista mentre invece era l’attore principale.
Certe volte mi soffermo sui toni, altre sui gesti. Tutto questo mi serve solo a convincermi che le parole non le ascolta più quasi nessuno. Bisogna nascondersi più che si può, oppure bisogna correre sulle bocche degli altri, mettersi fra le lingue, farsi masticare dai denti e scendere giù come un bolo di saliva e materia, giù fino nello stomaco.
La verità è che sono stanca anche di scrivere e di battere parole insulse, scritte per mostrarmi, su questa bellissima e comoda tastiera.
Il vento sparge pure le ossa dei morti nelle bare, dice la poesia di un poeta attuale. È una bella immagine, per chi la vede, io ho sempre visto morti molto lontani, antichissimi, ho visto le ossa sparite, diventate terra oppure pietrificate. Non si ha idea di quanto sia difficile smuovere delle ossa da una tomba. Non vengono mica via con un soffio di vento. Puoi starci anche delle giornate, e devi fare attenzione perché le puoi spezzare. Intorno a quelle ossa ci trovi bracciali, anellini, collane, cose appartenute al morto, giocattoli, ciotole, resti di un’illusione che si era chiamata vita.
Non mi ha mai impressionato quel tipo di morte. Mi sembra un sonno, una cosa pacifica, accettata e composta. Ci sto bene con quei morti che non si lamentano, non fanno tante storie ma te le raccontano, ti raccontano com’erano, chi li amava, che lavoro facevano, come hanno lasciato il mondo. Tutto con pochi oggetti, tutto risolto in un paio di metri quadrati scavati nel terreno e coperti da una lastra di terracotta liscia e rossa.
L’altra sera ero alla presentazione di un libro. E vedevo che nessuno voleva parlare della morte, tutti volevano ridere. Le donne e gli uomini volevano tutti scherzare, già forse era troppo per loro stare seduti a sentir pronunciare quella parola. Quando siamo andati altrove, in un altro posto, sollevati dalla fine dell’impegno che ci eravamo assunti nostro malgrado, perché sollevati sembravamo tutti, della morte non si è proprio più parlato. Ci sono stati tanti discorsi sulla vita, su quello che si deve fare e non si fa, sui paesi, i paesi dove si vive male come nelle città, dove si vive malissimo. E nessuno che avesse il dubbio, o il coraggio di dire, che questo malessere non dipende dai luoghi ma da noi. Ultimamente, quando sto in un gruppo, in un assembramento di persone, sto male, peggio del solito, mi viene quasi sempre da piangere e, anche se parlo, ho una voce che non mi assomiglia. Come se fosse un’altra a parlare per me.
Lo stesso è accaduto pochi giorni fa, una sera in pizzeria con me che sentivo il peso del mondo e mi faceva male. Solo un’altra persona in quella sala, guardandomi, mi ha detto in silenzio, senza muovere le labbra: ti capisco, sto male anch’io.
È di questo male che vorrei parlare, è del dolore e dell’incanto che mi procura che vorrei riempire pagine e muri e l’aria. E vorrei che pure gli altri di questo dicessero. A chi importa se i paesi muoiono? I paesi sono stati fatti dagli uomini, che sono mortali, non possono essere cose eterne, devono morire, ma prima di loro dobbiamo morire noi. Perché noi dobbiamo morire, e non c’è scampo e non c’è proprio niente da ridere o da scherzare, e non c’è proprio niente da ribattere. Il nostro rigore e la nostra rabbia dovrebbero nascere da questa radice, dal fatto che siamo esseri perfetti, finiti, destinati ad un inizio e ad una fine, basterebbe così poco, basterebbe abbandonare le domande su cosa fare, su come fare, basterebbe guardarsi in volto e ricordarci di questo, solo di questo.
Ma nessuno vuole parlare della morte, vogliono parlare dei libri, delle vendite, vogliono costruire cattedrali di polvere e altari in rete da cui profetizzare scenari freddi, cinici, grevi, e vogliono mostrarsi a tutti i costi “intelligenti”. L’intelligenza ci ha inariditi come fascine per il fuoco dell’anno prima, il sangue è scolato via da questa terra che si è inclinata per il nostro peso, come un bacile sotto il collo di un maiale sgozzato. E noi, ora, siamo alberi morti, senza radici, senza movimenti, insensibili al vento, incapaci di godere della pioggia, timorosi della tempesta che potrebbe finalmente spezzarci. Alberi ciarlieri e fastidiosi che impediscono una nuova vita a nuovi alberi, a piante più belle e più forti, invidiosi del futuro che potrebbero avere al posto nostro. Gli animali ci evitano, e non è per paura, gli animali sentono la puzza che emaniamo, la sentono e si scostano.
Immobili e vani stiamo qui, facciamo passare i giorni, le ore, li sprechiamo aspettando quello che non può arrivare o che è qui e non ce ne siamo accorti. Un abbraccio intenso, un bacio insegnato per amore, un corpo offerto come in un sacrificio, un pensiero ardente e allucinato, uno sguardo affilato. Mentre la razza degli eroi ha lasciato la terra e resta inerte e guardarci da un luogo che non ci è più dato da raggiungere, meschini e impauriti come ci siamo fatti.

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