Lampedusa a scuola: Cronaca di una giornata amara

Questa della classe che rifiuta di osservare il minuto di silenzio per le vittime della tragedia di Lampedusa mi mancava, ma non stupisce più questa Italia, laddove l’emigrazione è stata più massiccia e incontrollata, proliferano sentimenti negativi dovuti allo smarrimento e alla perdità di identità dei luoghi costretti alla dialettica del mutamento. La Guerra dei Poveri riedita a più mani.

Mi sono sempre chiesto come il nazismo di Hitler avesse potuto vincere le elezioni politiche del’33 con un programma fondato sull’odio razziale e la vendetta, e ora una crisi ben inferiore a quella che affossò la Repubblica di Weimar trasforma gli italiani impoveriti e impauriti in disumani e rancorosi esseri dallo spirito putrescente (la nostra unica povertà è la mancanza di spirito!). Ora capisco.
Non è possibile descrivere e risarcire l’amarezza provata oggi!
Qualcuno abbatta le fetide mura di questa istituzione maledetta, poichè tra le sue pareti qualsiasi fenomeno o evento diventa vacua retorica, esercizio di stile. Un sistema di scaricabarile fondato sulla frustrazione, dove una serie di interessi politici e sindacali prevaricano l’onesto funzionamento per rispondere a logiche estranee alla pedagogia, in cui i ragazzi sono l’ultima ruota di un carro perdente, malandato, e non i protagonisti intorno a cui dovrebbe girare il sistema. Ogni singolo provvedimento, dall’autonomia scolastica in poi, è volto al risparmio mascherato da riforma, all’oberare di lavoro e responsabilità straordinarie chi fatica ad assolvere quello ordinario.

Qualcuno sfondi l’aula magna e sventri i componibili che fungono da palestra, lo faccia per amor di verità e su tutto perchè sia chiaro che senza autenticità c’è poco da trasmettere e il verbo non è “insegnare”, piuttosto “rapprendere”! Irrompa se gli pare il signor Woland con tutta la brigata del Maestro e Margherita!
E’ il caso di guardarci in faccia e dirci per una volta che la buona condotta non è quando si sta zitti a oltranza, anche se di certo viene più semplice seviziare di muffe stantie avvalendosi della silente assenza, apprezzando ed incentivando la fedele e compiacente passività: la disonestà del quieto vivere!
E se dopo aver ucciso il padre edificassimo delle sedi appropriate per realizzare sogni?
Se costruissimo i nostri banchi, e le sedie, le cattedre, eppoi facessimo la malta e lo stucco con le finestre aperte, mentre qualcuno parla delle Considerazioni di un impolitico di Thomas Mann; i collaboratori potrebbero cucire e rammendare tendaggio e il tecnico informatico esporre la Critica della retorica democratica di Luciano Canfora. Poi promuovere l’insolito, e autorizzare una pernacchia per ogni “frase fatta”, o l’emblematica sberla in quel film di Moretti.
Gli agenti librai regalino i Racconti siciliani di Danilo Dolci, e tutti gli applicati di segreteria, in fila, interpretino le storie di Bukowski, per il concorso a Dirigente Scolastico valga la regola di leggere almeno tre volte tutto Tiziano Terzani e qualche poesia di Valerio Magrelli.

Un altro po’e mandano gli ispettori, tanto il mondo si può dividere in due: da una parte chi ha compreso le motivazioni di Emma Bovary, del dottor Zivago e di John Frusciante…quando ha deciso di lasciare i Red Hot Chili Peppers, dall’altra il resto.
Invece imperterriti ci ostiniamo a proporre il cancro della profonda sfiducia nei nostri mezzi, con l’imperdonabile aggravante della mancanza di scopo, della latitanza del fine. Adducete pure ad ogni modo il problema della 626, purtuttavia la sicurezza è necessaria anche se non dovrebbe precedere la vita, al massimo assecondarla.
Sostituisco volentieri all’odioso suono della campanella, un riff qualsiasi di Angus Young, quindi la Love song dei Tesla e a seguire una canzone a scelta del repertorio dei Pearl Jam. Anzi Eddie Vedder, non ci crederete, fatico a trovarlo nelle antologie…sinceramente non capisco perchè. E’ proprio vero: la scuola arriva spesso dopo e reitera l’errore di occuparsi solo di morti, assomigliando sempre più a un cimitero stanco, con l’impressione cronica che la vita, quella vera…sia… decisamente,
da qualche altra parte!!!

S. A.
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