Mario Capozzi è morto solo, in mezzo ai suoi amici.

Giro una lettera scritta al quotidiano OTTOpagine di Avellino in occasione dell’anniversario della scomparsa dell’amico Mario Capozzi. Lettera mai pubblicata. Sono fatti di paese, non quelli dei telefilm, i paesi veri, accidiosi, rancorosi, ingrati e a volte omertosi, paesi in cui qualche volta, come in questo caso, non vorresti mai essere nato: se il posto natale non si sceglie, da che parte stare bisogna deciderlo prima o poi. DSCN0371
Ad Assuntina e Vittorio.

Gentile direttore,
scrivo per ricordare le circostanze in cui l’anno scorso, nel giorno dell’Immacolata, è mancato il mio concittadino Mario Capozzi. Durante un falò organizzato nel cuore della città, un gigantesco tronco d’albero lo ha schiacciato mortalmente e ha gravemente ferito un’altra donna. La manifestazione, sebbene si tenesse nella centralissima via A. Moro e fosse organizzata da tempo (con dispiegamento di mezzi pesanti per procurare la legna da ardere), probabilmente non era autorizzata. Abbandonato da chi doveva vigilare sulla città: agenti municipali che per tutto il giorno e quotidianamente stazionano in quella strada; carabinieri (la cui caserma dista non cento passi ma cento metri dal luogo della tragedia); noi cittadini qualunque, che potevamo far presente l’arbitrio e il sopruso di una montagna di legna allestita senza il rispetto di alcuna norma di sicurezza. Mario è morto! Mario è morto solo, nonostante i suoi numerosi e generosi amici.
Perché il giorno seguente, come nulla fosse, la città si è tuffata nella tradizionale fiera dell’Immacolata, tra l’indignazione delle persone a lui più vicine, e anche se forse non si poteva fare altrimenti rimane pur sempre come una dolorosa, amara, beffa. Perché la sensazione che si percepiva nei giorni seguenti era di una comunità omertosa, fatta di gente che per non assumersi le proprie responsabilità sarebbe stata disposta a infangarne anche la memoria di Mario Capozzi.
Perché l’accaduto può sembrare una tragica fatalità, ma rispecchia perfettamente l’incuria e l’incultura in cui versano le istituzioni ufitane, lo sfilacciamento di una comunità che non si indigna, ma muore ogni giorno nella mancanza di valori, di regole, del rispetto reciproco, dell’onestà e la lealtà.
Un posto dove si muore così non merita di essere ricordato, in questo non-luogo senza memoria e senza storia, a distanza di un anno…non resta che la rabbia.

Sandro Abruzzese
sandroabruzzese78@gmail.com
pagina Facebook: Raccontiviandanti

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