La teoria della fetta di potere

e altre storie tese secondarie

A scuola il mio collega di italiano Michele, traduttore e conoscitore dei nobili Filomarino di Bari, citando una frase di Terzani ha sostenuto che la speranza del mondo stia tutta nella letteratura, nei poeti. La frase non volendo mi ha portato a quella piaga che è la mania di astrarre, di cui sono un incorreggibile fedele. Il mio idealismo, giusto per precisare, più di una volta ha rasentato l’idiozia. Una volta a Napoli, al molo Beverello, mi stavano ammazzando solo per aver sventato la truffa del paccotto: certa gente proprio non sa perdere! Per rendere l’idea della mia mente, tra i personaggi dei libri che adoro ci sta quel celebre principe di Salina, c’è Stephen Dedalus, Ismaele e il mancego cavaliere, quindi quello inesistente, per non parlare del Barone arrampicato, detto rampante. Sia chiaro impazzisco pure per tanti personaggi secondari, per dire le comparse, i caratteristi o gli antagonisti, i passanti e gli spettatori, coerenti fino all’osso come pochi.
Comunque più per contrasto che per associazione non so perché mi sono ricordato che ogni volta che vado all’ASL di Bardolino vengo vessato da una signora bionda dalle labbra strette e il naso all’insù, che con un fare a dir poco irritante mi costringe ad attese oltraggiose. La scena è da teatro dell’assurdo, l’ultima volta la sala era vuota, niente telefono, niente fax, e da dietro un vetro di notevole spessore lei imperterrita non alzava lo sguardo: a momenti era quasi mezz’ora, infine con quella faccia tosta mi ha chiesto addirittura il numerino!
Mio cognato in merito al disservizio pubblico sostiene da anni una certa teoria, ritiene che chiunque abbia un certo ruolo, un determinato potere, in generale tende arbitrariamente a farlo pesare. Lui l’ha chiamata “teoria della fetta di potere”, l’applica indistintamente a pubblico e privato: l’autista di autobus, la biglietteria di Trenitalia, la segretaria del medico di base, la Posta e l’INPS, il Centro per l’impiego, il bar, l’hotel e a volte pure i sagrestani delle chiese. Continuando ritiene che sia insito nell’essere umano italico sottolineare con veemenza, in determinate circostanze, la propria posizione preminente, una specie di momento di gloria a scapito e detrimento del prossimo con lo scopo di sentirsi persone oltremodo importanti. Schizzi di onnipotenza.
Diciamo che comprendo l’assunto, capisco il ragionamento e intanto soprassiedo.
Il fatto è che pure in posta il personaggio non è diverso, anzi la cosa se è possibile assume connotati più pungenti. Cambia la forma e non la sostanza. Lì c’è un tizio barbuto con gli occhiali e la fronte bassa, in sovrappeso, il suo atteggiamento è lievemente spocchioso, ugualmente lento, ma esercita la fetta di potere in maniera al quanto più sottile. Metti che tu gli ponga qualche domanda, ecco che spunta su quel viso abbondante come un sorriso di commiserazione che tradotto in lingua madre suona così:
– Hai chiaramente più di trent’anni e ancora non sai compilare una raccomandata con ricevuta di ritorno?
In quei frangenti la sua soddisfazione aumenta perché in effetti devo ammettere che riesco sempre a scordare dove diavolo va il mittente e invece dove il destinatario! Quello che chiedo all’occorrenza e a sprazzi, è un po’ di indulgenza.
Per non parlare poi del farmacista del paese accanto a Calmasino, ogni volta mi costringe a sopportare quell’espressione da ebete con pochissima attività cerebrale. E’ bello grosso, pochi capelli e la fronte alta, non magro ma manco grasso, guarda sempre dall’alto in basso. In più a mia memoria non ricordo una volta in cui mi abbia venduto un prodotto che costasse meno di dieci euro. Oggi andare in questi luoghi chiamati farmacie è un po’ come trovarsi una multa sul cruscotto, solo che mentre la sanzione pagata ricade positivamente sulla collettività, la sanzione farmaceutica finisce nelle tasche di questo bellimbusto paonazzo che potrebbe essere senza demerito un personaggio secondario di Star Trek.
Andiamoci piano, adesso sembra quasi che non esistano persone gentili, faccio la figura di quelli pessimisti che sanno solo lamentarsi. In effetti il mio benzinaio di fiducia è un vero e proprio estremista del silenzio, non è scortese, semplicemente non è cortese. Ha gli occhi neri, la carnagione e i capelli scuri, altezza media e forma discreta. Per restituirmi il saluto ci ha messo due anni, le prime volte che mi rivedeva sembrava dispiaciuto che fossi tornato. Per i più pessimisti, per quelli sempre incazzati col mondo, vi dico che dopo sei anni è da una settimana che mi attacca un discorso su argomenti di ogni sorta: le pale eoliche a Rivoli, le stagioni che cambiano, il carburante che aumenta, i diritti dei gay, i matrimoni dei preti, la mille miglia riparte, la riproduzione dei gatti, il sistema del welfare tedesco, l’estinzione dei gamberi di fiume per colpa dell’inquinamento…
Risulterà inconsueto ma anche quest’uomo infine mi ha insegnato qualcosa: che ognuno necessita del proprio tempo, e le persone – proprio come nella buona letteratura – se solo lo desiderano possono essere sempre più di ciò che sembrano. Spesso preferiscono mostrare il lato sbagliato, indossano maschere per non avere noie, interpretano ruoli senza essere ingaggiati, forse per paura di essere giudicati, forse per paura di uscire da sé stessi, in qualche modo soffrono come chiunque sia sano, di quella angoscia e quell’ansia di esistere senza sapere se il verso è quello giusto.
Chiudo per davvero con il barista trans, il quale riesce a vivere usando il volto che si sente, non credo sia stato facile trovare spazio per la sua diversità, ti arriva tutto il peso del globo sommato al suo moto, e allora o hai la forza di Atlante, oppure quello che reggi tra le mani ti sfinisce. E’ alto, bionda e sensuale, più ci penso e più ritengo che in zona sia uno dei pochi uomini con le palle, sebbene sia la donna più attraente della piazza. Per quanto mi riguarda mi tratta sempre bene, piuttosto il suo ragazzo, da quando sono cliente, mi dedica uno sguardo torvo e ha la mandibola serrata, mi sa che cambio ambiente: passo dal benzinaio, saluto il farmacista, un salto alla posta e rientro…speriamo bene!

Sandro Supplentuccio Abruzzese
sandroabruzzese78@gmail.com

Annunci

  1. ornella

    Nel transfert si aspetta sempre – dal medico, dal professore, dall’analista. Ancora: magari sto aspettando in banca, allo sportello, o in aeroporto per il mio volo, e subito stabilisco un rapporto aggressivo con l’impiegato, con la hostess, la cui indifferenza svela e irrita la mia sudditanza; si potrebbe dire che, laddove c’è attesa, c’è transfert: dipendo da una persona divisa a metà, che impiega del tempo a darsi all’altro – come se si trattasse di far scemare il desiderio, di indebolire il bisogno. Fare aspettare: prerogativa costante di qualsiasi potere, “passatempo millenario dell’umanità”.

    – Barthes sull’attesa in Frammenti di un discorso amoroso

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...