La questione sanitaria nazionale

Riflessioni di un supplente esasperato

L’anno scorso ho dormito qualche notte in ospedale. La cosa che mi ha colpito di più erano i volti dei familiari dei pazienti. Una volta approdato all’esterno di una sala operatoria capisci subito chi sono i familiari della persona sotto i ferri perché manifestano sintomi chiari: gli occhi lucidi, le orbite livide, il silenzio muto. Quando passi notti e giorni in una struttura ospedaliera italiana la commedia dell’umanità si manifesta vivida seppure senza autore.
Dopo giorni passo negli anditi ormai senza guardare, spero non mi parlino perché mi sento una spugna. La mia condanna è assorbire di continuo il dolore degli altri: l’ansia di cui il luogo è saturo. Vedo il paziente, ne riconosco l’ittero, conosco la sofferenza che quel corpo produrrà appena sarà svanita l’anestesia.

Vomita! l’infermiere dice che è frequente, non abbastanza da avvisarmi della possibilità in anticipo. Taccio! Tergo la bile. Penso che anch’io sarei incazzato nero per un lavoro in mezzo ai moribondi, magari sottopagato o addirittura a tempo determinato a fare turni H-ventiquattro. Ma finché la commedia non diventa dramma il copione è scritto e non riesco a spiegarmi il signore gentile di prima e questo infermiere stronzo un po’ animale! Forse è tutto stabilito, dovevo entrare in scena io, era il momento dell’insegnante precario esaurito che con somma delusione degli astanti stavolta sciopera perché non ha un buon agente.

In seguito a questo soggiorno ho realizzato che alcune esperienze tracciano una linea profonda tra chi le ha vissute e chi ne ha solo sentito parlare, i primi in qualche frangente hanno retto sulle loro spalle il peso della vita, i secondi possono solo immaginare. Ebbene questo momento storico non è per i creativi, – il gioco dell’immaginazione è in crisi -, adesso si produce merce per ogni soluzione, e tutto il nostro tempo è impiegato a reperire le risorse, non a inventarci la soluzione!

Qualcuno con una telefonata ha trovato l’arcano, mi chiamano e oltrepasso la fila interminabile di persone che attende la visita del nostro stesso primario passando da un corridoio secondario. Il collo mi si torce insieme alle interiora: mi vergogno di approfittare delle conoscenze, mi vergogno della regola non scritta di questo Paese! Oggi soccombo con le attenuanti, sono tre giorni che dormo sulla sdraio. Ma cosa avrei dovuto fare?
Nessuno vuole interpretare ruoli di secondo piano, ognuno anela ad essere diverso, speciale. La gente è convinta di essere unica per quel meno dell’un per cento di DNA, e più si sforza per distinguersi, più non riesce a vedere quanto è normale:
è normale la paura, l’ansia, l’angoscia, l’egoismo, l’amore e l’eroismo. E’ normale alzarsi la notte e controllare se il bimbo respira; fidarsi del compagno e poi sentirsi tradito; piangere per la morte e dopo per la vita; crescere pensando che non capiterà mai a noi; trovarsi a terra caduti; essere respinti all’esame della patente; sentirsi umiliati o non aver pudore; dire gongolando che odiamo avere ragione; votare per un partito che non vince mai l’elezione; odiare chi attacca il meridione per poi criticarlo peggio di un coglione; discriminare i neri perché neri, gli slavi in quanto slavi, i savi intelligenti che non servono alla gente; innamorarsi di uno stronzo, chiedersi come abbiamo fatto ad innamorarci di uno stronzo così! E’ normale pure che si guasti l’auto nuova con il nome del popolo che ti ha prosciugato il conto.

In via del tutto sperimentale propongo di sostituire alcuni sacramenti con quel monologo di Shylock nel Mercante di Venezia:
– un ebreo non ha occhi? Un ebreo non ha mani, organi, misure, sensi,
affetti, passioni, non mangia lo stesso cibo,
non viene ferito con le stesse armi, non è soggetto agli stessi disastri, non guarisce allo stesso modo, non sente caldo o freddo nelle stesse estati e inverni allo stesso modo di un cristiano?
Proprio non mi spiego l’avversione per lo Stato sociale e l’uguaglianza: che male c’è a sentirsi simili, a riconoscersi nella dignità, ad aiutarsi l’un con l’altro affinché tutti dormiamo sonni un pizzico più tranquilli mentre aspettiamo che per noi suoni la campana?

Il mio collega Pasquale dice che il medico dovrebbe essere prima di tutto un umanista, che chi non ha letto Omero non può esercitare con passione. Lo dice perché il padre è medico e conosce il latino, ha studiato in seminario.
In definitiva, io mi chiedo solo come si faccia ad avere il coraggio di scrivere dopo aver letto Proust?
Forse stavolta la vergogna mi assolverà la voglia di essere migliore degli altri. Chi non vorrebbe essere migliore degli altri? Non citerò Napoleone e tutto il discorso di Raskol’nikov, ma è un fatto che la democrazia perde sempre perché baluardo collettivo contro lo spirito dell’individuo.
Sandro Supplentuccio Abruzzese

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